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"Non puoi capire”: il confine che ci educa all’ascolto

2025-11-26 08:33

Gaetano Terlizzi

Educazione,

"Non puoi capire”: il confine che ci educa all’ascolto

«La relazione educativa come spazio di accoglienza del mistero dell’altro»   Questa frase mi colpisce ogni volta che la sento. È come un confine che a

 

 

«La relazione educativa come spazio di accoglienza del mistero dell’altro»

 

 

Questa frase mi colpisce ogni volta che la sento. È come un confine che appare all’improvviso, un avvertimento che ci invita a rallentare. Spesso viviamo con l'illusione di aver compreso tutto: una parola, un gesto, un'espressione ci sembrano sufficienti per incasellare l’altro in una spiegazione veloce. Ci muoviamo a gran velocità, desiderosi di interpretare, perché sentirci in grado di capire ci fa sentire al sicuro, come se avessimo il controllo della situazione. 

 

Ma quando sentiamo “non puoi capire”, questa certezza vacilla. Ci ricorda una verità che tendiamo a dimenticare: nessuno è completamente accessibile. Ogni persona porta con sé una storia invisibile, un tessuto di ferite, desideri, paure e tentativi. È un mistero che nessuna logica può sciogliere. 

 

In quelle quattro parole si concentra il peso della sofferenza umana ed esistenziale, una sofferenza che fatica a trovare voce e che si protegge creando distanza. Eppure, se ascoltata con il cuore aperto, questa frase diventa anche un invito. Un invito a avvicinarsi con rispetto, a riconoscere i nostri limiti, ad accettare che l’insondabilità dell’altro è parte essenziale di ogni relazione. Ci ricorda che comprendere non significa possedere un significato, ma accompagnarlo: non è avere risposte, ma essere presenti mentre qualcosa si svela — o rimane inespresso.

 

Nell'educazione, nella cura e nelle relazioni d’aiuto, questa consapevolezza è fondamentale. Chi soffre non chiede di essere compreso in ogni dettaglio, ma di non essere banalizzato. Desidera presenza, non soluzioni immediate; uno sguardo che non giudica, non pretende, non anticipa, ma accoglie. 

 

“Non puoi capire” diventa così un passaggio: dal capire al sentire, dallo spiegare all’accompagnare, dal dire “so cosa ti serve” al dire “sono qui, se vuoi, per camminare insieme”. Forse la vera comprensione nasce proprio da qui: dal riconoscere che ci sono parti dell’altro che resteranno inaccessibili, ma che possiamo onorare con delicatezza e tenerezza.

 

In conclusione, nella pratica educativa, questa frase ha un ruolo fondamentale: ci ricorda che la relazione non si basa sulla presunzione di conoscere l’altro, ma sulla disponibilità a esserci per lui. Educare significa accettare che non potremo mai comprendere appieno ciò che l’altro vive, ma possiamo offrirgli un terreno sicuro dove esprimersi, un ascolto che non interrompe, una presenza che non chiede spiegazioni immediate. Significa creare uno spazio dove il mistero della persona non è un ostacolo, ma un valore. 

 

È proprio in questo spazio — fragile, rispettoso, umano — che può nascere la vera alleanza educativa. Un’alleanza che non pretende di capire tutto, ma che ogni giorno sceglie di restare accanto.