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Quando una notizia ci attraversa

2025-10-09 14:45

Gaetano Terlizzi

Famiglie, Educazione,

Quando una notizia ci attraversa

“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.” Cesare Pavese.

L’aiuto, quando è autentico, non sostituisce: sostiene.

Nel lavoro educativo, come nella vita, accade di trovarsi accanto a persone che ricevono notizie capaci di cambiare il corso delle cose. Una diagnosi, una perdita, una scoperta inattesa: eventi che ci obbligano a riconsiderare ciò che pensavamo di sapere e a dare un nuovo nome alle nostre certezze. In quei momenti, educare — o semplicemente stare accanto — significa condividere il silenzio e la fatica dell’altro, senza la pretesa di offrire subito risposte.

 

Ci sono istanti che ci colpiscono come un’onda improvvisa. In un attimo, tutto ciò che sembrava stabile perde consistenza. È come se la realtà si spostasse di qualche grado, e con essa anche il nostro sguardo.


Quando riceviamo una notizia importante, una diagnosi o un cambiamento inatteso, la percezione si incrina: si attiva un pensiero nuovo, più profondo, che va oltre la semplice comprensione dei fatti.

Ognuno reagisce in modo diverso. C’è chi si ferma, chi cerca risposte, chi tenta di comprendere il perché. Non è mai un percorso semplice: richiede tempo e la capacità di accogliere il disorientamento senza giudizio, trasformandolo lentamente in consapevolezza.

 

Ma anche chi sta accanto ha il suo compito. L’ascolto, in quei momenti, non è solo attenzione: è rispetto.
Significa riconoscere che ogni persona ha i propri tempi per elaborare, capire, accettare.


L’ascolto autentico non spinge, non anticipa, non interpreta: attende.


Attende che l’altro trovi le parole giuste per dire ciò che prova, che ritrovi il proprio ritmo, che possa guardare di nuovo senza sentirsi forzato. È una forma di presenza discreta, che sa restare accanto senza invadere, accompagnare senza sostituirsi.

 

Come scrive Cesare Pavese, “Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.”
Forse è proprio in quegli attimi sospesi — fragili, incerti, ma intensamente veri — che impariamo a conoscere davvero noi stessi e gli altri, ritrovando passo dopo passo il senso del nostro cammino.

 

Ed è in quelle circostanze che diventa necessario chiedere aiuto: non per arrendersi, ma per fermarsi un istante; non per delegare ad altri ciò che ci appartiene, ma per lasciarsi accompagnare a ritrovare la strada, a tornare a vedere. L’aiuto, quando è autentico, non sostituisce: sostiene. È uno sguardo che si affianca al nostro finché la luce non torna a rischiarare il cammino.

 

Nel gesto educativo, questi attimi assumono un valore speciale: sono i momenti in cui lo sguardo si fa presenza, l’ascolto diventa cura e la relazione diventa il luogo in cui l’altro può sentirsi accolto, anche nella sua fragilità. È lì che la fatica si trasforma in crescita, la paura in consapevolezza, la notizia che ferisce in una nuova occasione per vivere con autenticità.

 

A volte, il silenzio condiviso è la forma più alta di aiuto.