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“L’uva è acerba” – Riconoscersi in cammino

2025-07-12 11:06

Gaetano Terlizzi

Famiglie, Educazione,

“L’uva è acerba” – Riconoscersi in cammino

Ridefinirsi non è una debolezza. È una forza.   Nel quotidiano educativo, nelle sfide che affrontiamo con i ragazzi e con le famiglie, ci sono raccont

 

 

Ridefinirsi non è una debolezza. È una forza.

 

 

Nel quotidiano educativo, nelle sfide che affrontiamo con i ragazzi e con le famiglie, ci sono racconti antichi che continuano a parlarci, se abbiamo il coraggio di ascoltarli con occhi nuovi. 

 

La favola della volpe e dell’uva è uno di questi: semplice, essenziale, ma profondamente attuale.

Questa riflessione nasce da lì, da un’immagine che conosciamo tutti, e si trasforma in un invito: riconoscersi come esseri in cammino, aperti al cambiamento, liberi dal giudizio facile, capaci di guardarsi dentro prima di puntare il dito fuori. Perché educare – e vivere relazioni autentiche – è un esercizio continuo di trasformazione reciproca.

 

Ogni volta che rileggo la favola della volpe e dell’uva, celebre favola di Esopo, mi ci rivedo. Mi rivedo nei momenti in cui la stanchezza prende il sopravvento, in cui ciò che desidero sembra troppo distante, e la tentazione è quella di dire che in fondo, non ne valeva la pena. È un riflesso umano: quando non arriviamo a ciò che ci sta a cuore, scatta il meccanismo di difesa, e invece di guardarci dentro, preferiamo guardare fuori e dare la colpa al contesto, all’altro, al tempo sbagliato.

 

Nel mio percorso – fatto di relazioni, ascolti, inciampi, possibilità costruite giorno dopo giorno insieme ai ragazzi e alle famiglie – ho imparato che ciò che siamo non è mai definitivo. Siamo in divenire. Ci si forma e ci si riforma, a volte anche rompendo ciò che sembrava certo, per scoprire che c’è una verità più profonda pronta a emergere, se le diamo spazio.

 

Ridefinirsi non è una debolezza. È una forza.


È un atto di umiltà, di coraggio e di rispetto per se stessi. Significa riconoscere che il cambiamento è inevitabile e che ogni fase della nostra vita porta con sé una nuova comprensione, una nuova possibilità, un nuovo modo di abitare le relazioni.

 

Chi lavora nell’educazione – chi si prende cura, chi accompagna – sa bene che l’altro non è mai qualcosa da classificare o giudicare, ma una storia che si svela lentamente, spesso in silenzio, e che ha bisogno di ascolto, di tempo e di mani che non puntano, ma che accolgono. Quando giudichiamo troppo in fretta, è spesso perché non vogliamo o non sappiamo affrontare le nostre paure, i nostri limiti, i nostri “salti mancati”.

C’è un’enorme differenza tra dire “non ci riesco” e dire “non vale la pena”. Il primo apre alla possibilità, il secondo chiude tutto, ci protegge dal rischio del fallimento ma ci nega anche l’occasione di crescere.

 

Nel mio lavoro con i ragazzi – soprattutto con chi il mondo lo guarda da prospettive diverse – ho capito che il cambiamento vero avviene solo quando smettiamo di pretendere dall’altro e iniziamo a domandarci chi siamo noi in quella relazione. Siamo occasione o ostacolo? Siamo presenza o solo funzione? Siamo disposti a cambiare per incontrarlo davvero?

Non sempre ho risposte, ma ogni giorno mi porto dietro questa domanda. È il mio modo di non diventare come quella volpe che, non potendo prendere l’uva, nega perfino che fosse matura. Preferisco restare lì, sotto la vite, a cercare nuove strade, nuove altezze, nuove mani con cui arrivarci insieme.