La nuova normativa ci invita a cambiare approccio. Non si tratta più solo di misurare ciò che manca, ma di riconoscere ciò che c’è.
Ci sono leggi che passano in silenzio, e poi ce ne sono altre che sembrano bussare alla porta della coscienza collettiva. La Legge 62 del 2024 è una di quelle che non possono lasciare indifferenti, soprattutto per chi – come me – lavora ogni giorno a stretto contatto con la fragilità, la complessità, ma anche la bellezza delle persone con disabilità.
Questa legge parla di vita, e lo fa nel modo più potente possibile: restituendo centralità alla persona. Non più semplicemente “prendere in carico” qualcuno, ma costruire insieme un percorso, un sentiero che tenga conto dei desideri, dei sogni, delle paure, delle relazioni. Una vera e propria mappa esistenziale, pensata con cura e cucita su misura.
Non solo servizi, ma relazioni. Da troppo tempo il mondo della disabilità è stato trattato come un mondo “a parte”. I servizi ci sono – in alcuni territori più, in altri meno – ma spesso si rischia di standardizzare la risposta, perdendo la ricchezza delle storie individuali. La nuova normativa ci invita a cambiare approccio.
Non si tratta più solo di misurare ciò che manca, ma di riconoscere ciò che c’è. E soprattutto, di chiedersi: Cosa desidera questa persona? Dove sogna di vivere? Con chi vuole condividere la propria quotidianità? In quale contesto si sente valorizzata?
Domande semplici, all’apparenza. Ma che hanno un peso enorme. Perché dietro ognuna di esse si nasconde un principio fondamentale: il diritto a una vita piena, nonostante (e oltre) la disabilità.
Il ruolo delle istituzioni locali In questo processo, in particolare i Comuni e le ASP, sono chiamate a un ruolo di regia attiva. Non possono limitarsi a “concedere ore” o “autorizzare interventi”. Devono diventare parte di un disegno più ampio, alleati nel dare forma concreta al Progetto di Vita della persona.
In questo contesto, la Sicilia assume un ruolo strategico e simbolico: tra le undici province italiane selezionate per la sperimentazione prevista dal decreto, vi è anche Palermo. Questo significa che anche in Sicilia si getteranno le basi di un nuovo modo di intendere l’inclusione, l’accompagnamento, la progettualità. Non solo nella forma, ma nella sostanza. È un’occasione per dimostrare che, anche in territori complessi, si può costruire innovazione partendo dal rispetto delle persone e dalla valorizzazione delle buone pratiche già esistenti.
Palermo può diventare laboratorio di futuro, luogo dove la legge prende forma dentro i vissuti, le relazioni, le storie concrete di chi ogni giorno si confronta con il tema della disabilità. Un'occasione preziosa da non disperdere.
Fondamentale diventa anche la fase di ascolto da parte delle istituzioni, un momento in cui la famiglia può proporre e contribuire attivamente alla definizione del progetto. Le famiglie, infatti, custodiscono una conoscenza preziosa: la storia di apprendimento, i percorsi di crescita, le abilità maturate nel tempo. Dare spazio a questo racconto significa valorizzare ciò che è già stato costruito, dare continuità e senso al lavoro fatto, e non ricominciare ogni volta da zero.
Un lavoro sartoriale, paziente, umano. Costruire un Progetto di Vita non è mai un atto burocratico. È un’arte delicata, simile a quella del sarto: ci si avvicina con rispetto, si ascolta, si prendono le misure senza fretta, si fanno prove, si rivede, si adatta. Perché nessuna vita può essere vestita con un modello unico. Questo approccio mette al centro la persona, i suoi interessi, le sue aspirazioni, la sua visione del mondo. Non si accontenta di rispondere ai bisogni, ma vuole accompagnare le scelte. Riconosce l'identità come qualcosa di vivo, mutevole, mai riducibile a una categoria.
Ci vuole tempo, e questo è uno dei grandi nodi su cui interrogarsi: abbiamo ancora tempo per ascoltare le persone? Sappiamo ancora stare in relazione, al di là delle scadenze e dei modelli precompilati?
Le équipe multidisciplinari, se ben coordinate e formate, possono essere il cuore pulsante di questo processo. Ma solo se si lavora in sinergia, con professionalità e con quella capacità di “sentire” che nessun algoritmo può sostituire. Più che un cambiamento normativo, un cambio di sguardo.
Questa legge ci chiede di cambiare prospettiva. Non è la persona a doversi adattare al servizio. È il servizio che deve modellarsi intorno alla persona. Significa dire addio a una visione assistenzialistica e passare a una logica di autodeterminazione, di partecipazione, di responsabilità condivisa. E questo cambiamento riguarda tutti: gli operatori, le famiglie, i dirigenti, gli amministratori, i cittadini.
Costruire un Progetto di Vita, infatti, non è solo un atto tecnico, ma anche politico, sociale, profondamente umano.
E allora, da dove cominciare? Forse da una parola semplice: ascolto. Dal provare a rimettere al centro le storie, le voci, le emozioni. Dal credere che ogni persona ha diritto a una traiettoria possibile, nonostante le difficoltà. E che nessuno debba accontentarsi di sopravvivere, quando invece può fiorire.
Questa legge ci chiede di essere presenti. Di esserci davvero. E allora sì: non sarà più solo un dovere istituzionale, ma una scelta etica, educativa, profondamente pedagogica.
Fonti:
- Per approfondire il contenuto normativo della Legge 62/2024, è possibile consultare il testo completo pubblicato su Normattiva (https://www.normattiva.it).
- La sperimentazione del nuovo sistema di valutazione e progettazione, prevista dal decreto, interesserà undici province italiane, tra cui Palermo, a partire da settembre 2025. Fonte: Vita.it – Giornale del Sociale (https://www.vita.it/lavvio-della-riforma-della-disabilita-slitta-al-2027/).
