La solitudine, compagna silenziosa delle famiglie che vivono la disabilità
Ci sono notizie che scuotono profondamente, che si insinuano tra i pensieri e chiedono di non essere dimenticate. La recente tragedia di Marzaglia Nuova, dove un padre anziano ha tolto la vita alla moglie e al figlio disabile prima di suicidarsi, è una di quelle storie che lasciano un amaro in bocca difficile da spiegare. Ma non può e non deve rimanere solo un fatto di cronaca. Deve diventare occasione di riflessione collettiva.
La solitudine è una compagna silenziosa delle famiglie che vivono la disabilità. Una solitudine che spesso non è cercata, ma che si impone con forza. Inizia presto, quando si comprende che il proprio figlio seguirà un percorso diverso da quello degli altri. Continua negli anni, quando le istituzioni, i servizi e perfino le relazioni sociali sembrano non riuscire ad accompagnare adeguatamente la complessità di bisogni che si fanno via via più pressanti.
Questa solitudine si amplifica ancora di più con l'invecchiamento dei genitori. Quando il corpo non regge più, ma l'amore e il senso di responsabilità impediscono di lasciarsi andare. Quando la malattia personale sopraggiunge e, nonostante tutto, si continua a essere l'unico sostegno per un figlio che non può essere lasciato solo. È un carico che diventa disumano, invisibile agli occhi di chi non lo vive quotidianamente.
L'amarezza di questa vicenda non è solo nel gesto estremo. È nella storia di una fatica non condivisa, di una cura senza tregua, di un dolore che si è trasformato in disperazione. Non possiamo limitarci a commentare con tristezza o stupore: dobbiamo interrogarci sul nostro modello sociale, sui nostri sistemi di supporto, sulla capacità reale delle comunità di farsi carico di chi è più fragile.
Le famiglie che vivono la disabilità non devono essere lasciate sole. Non basta offrire aiuti frammentari o formali. Serve una cultura della cura condivisa, capace di prevenire l'isolamento e di accompagnare nel tempo chi si prende cura, affinché non arrivi mai a percepirsi come l'unico responsabile, senza via d'uscita.
Da tragedie come questa può nascere, se vogliamo, un impegno nuovo. Un impegno a costruire reti solidali, servizi su misura, percorsi di sostegno vero. Perché ogni vita merita di essere vissuta con dignità, anche e soprattutto quando è più fragile.
