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Salute per tutti: costruire una rete sanitaria capace di ascoltare

2025-05-25 07:56

Gaetano Terlizzi

autismo, Famiglie, Educazione, disabilità, Sanità,

Salute per tutti: costruire una rete sanitaria capace di ascoltare

Progetto DAMA - Catania 24 Maggio 2025

 

 

Curare è ascoltare: per un servizio sanitario davvero accessibile

 

 

Nel mondo educativo e sanitario, parlare di inclusione è un dovere etico e professionale. Ma troppo spesso, dietro questo termine si nasconde un approccio standardizzato, che non tiene conto delle infinite modalità con cui una persona può esprimere i propri bisogni. 

 

Prima ancora di definire un programma, un intervento, un piano educativo individualizzato, dovremmo porci una domanda fondamentale: siamo davvero pronti ad ascoltare chi comunica in modo diverso?

Le diverse condizioni legate a una patologia o a una disabilità mettono spesso in grande difficoltà il paziente nel comunicare il proprio bisogno fisico o nel descrivere la propria condizione. Pensiamo, ad esempio, a un ragazzo autistico, a una persona cieca o sorda: ciascuno di loro ha un sistema di comunicazione proprio, differente, che va conosciuto per poter realmente comprendere e accompagnare. Solo attraverso questa conoscenza è possibile creare i presupposti per un ascolto attivo, profondo, autentico — che metta al centro non la malattia, ma la persona.

 

L’incontro tenuto a Catania il 24 maggio, in presenza della Ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, ha rappresentato un momento di grande valore: non solo per la presentazione del progetto DAMA, già attivo in diverse strutture ospedaliere del Nord, ma soprattutto perché sono stati condivisi dati concreti che certificano l’importanza di una presa in carico globale, attuata attraverso équipe multidisciplinari capaci di assistere, curare e accompagnare la persona nella totalità delle sue esigenze.

 

Il progetto DAMA non è solo un modello sanitario: è una visione educativa e culturale. Supera l’idea che l’accesso alla salute sia un privilegio o che dipenda dalla fortuna di incontrare un “buon medico”. Sottolinea invece che la salute, l’ascolto, l’assistenza competente e personalizzata devono essere diritti garantiti da un sistema strutturato e giusto.

Interessante diventa anche l’approccio alla terapia complementare, che non sostituisce il farmaco, ma lo accompagna e lo arricchisce. Una terapia fatta di presenza, di contatto umano, di ascolto profondo. In cui la relazione diventa strumento terapeutico, e l’attenzione alla persona va oltre la diagnosi per incontrare la sua storia, i suoi tempi, il suo modo unico di essere al mondo.

 

In questo scenario, il medico di famiglia potrebbe diventare una figura chiave di prossimità, capace non solo di garantire la continuità della cura, ma anche di avviare una presa in carico sensibile ai bisogni specifici. Se liberato da un ruolo meramente burocratico e riconosciuto nella sua funzione relazionale e di ascolto, potrebbe essere il punto di partenza della rete del Servizio Sanitario Nazionale, costruendo ponti tra territorio, ospedali ed équipe multidisciplinari.

Tutto ciò richiede un cambiamento culturale che parta dalla formazione, sin dal percorso universitario. I futuri medici, educatori, psicologi e operatori sanitari devono essere preparati a riconoscere e valorizzare la complessità della comunicazione umana, imparando ad ascoltare prima ancora che a rispondere.

 

Prendersi cura di chi soffre è un atto determinante, non solo dal punto di vista clinico, ma umano. Migliora profondamente la qualità della vita del paziente, lo aiuta a sentirsi visto, riconosciuto, sostenuto. Ed è proprio in questo prendersi cura che l’educazione e la salute si incontrano, diventando alleate.

Un programma educativo o sanitario inclusivo non nasce nei documenti, ma nell’atteggiamento. Nella volontà di farsi cambiare dalla diversità, di costruire risposte che partano dall’altro e non da modelli preconfezionati. Di fare giustizia, laddove il sistema rischia di creare esclusione.

Solo così l’educazione – e l’assistenza – possono diventare veri contatti pedagogici: atti profondamente umani, trasformativi, necessari.

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