“La relazione genitore-figlio è il primo strumento terapeutico. Quando aiutiamo i genitori a vedere e regolare se stessi, li rendiamo capaci di essere la regolazione di cui il bambino ha bisogno.”
“Ci vogliono genitori mentalmente sani per aiutare i figli a gestire sentimenti intensi ed eccessi comportamentali.”
Così scrivono Brazelton e Greenspan, e in questa affermazione si racchiude una delle sfide più grandi e allo stesso tempo più trascurate del mestiere di genitore: prendersi cura di sé per poter davvero prendersi cura degli altri, in particolare dei propri figli.
Troppo spesso si pensa al genitore come a una figura che deve dare, sempre e comunque. Dare ascolto, dare regole, dare conforto, dare tempo. Ma cosa accade quando un genitore è emotivamente svuotato? Quando è stanco, preoccupato, disilluso, magari ferito da storie personali irrisolte o semplicemente messo alla prova dal ritmo insostenibile della vita quotidiana? In questi casi, anche i gesti più semplici del prendersi cura diventano faticosi, e le reazioni dei figli – spesso disordinate, rumorose, a volte eccessive – finiscono per risuonare come amplificatori del disagio.
Il benessere emotivo del genitore è un prerequisito, non un lusso. Eppure, c’è ancora un forte senso di colpa nel concedersi una pausa, nel dire “ho bisogno anch’io di essere ascoltato”, nel riconoscere che si è arrivati al limite. Si continua a pensare che “mettere i figli al primo posto” significhi dimenticarsi di sé. Ma l’esperienza clinica e la ricerca ci dicono il contrario: un genitore che si trascura finisce per essere meno disponibile, meno presente, meno creativo, meno efficace. In altre parole, meno capace di sostenere davvero il proprio bambino.
Lo dice bene anche Elizabeth Sylvester, insieme a Kat Scherer, nel libro Il trattamento dei bambini e dei loro genitori basato sulla relazione (Giovanni Fioriti Editore). Le autrici affermano:
“La relazione genitore-figlio è il primo strumento terapeutico. Quando aiutiamo i genitori a vedere e regolare se stessi, li rendiamo capaci di essere la regolazione di cui il bambino ha bisogno.”
È un passaggio che mi ha colpito profondamente, perché riporta al centro qualcosa che a volte dimentichiamo: che i bambini imparano non solo da ciò che diciamo, ma da ciò che siamo. Se ci vedono reggere la frustrazione, cercare soluzioni creative, fare i conti con le emozioni senza farci travolgere, allora cresceranno sapendo che anche loro possono farlo. Ma se ci vedono reattivi, ansiosi, disorganizzati, se avvertono che siamo sempre sull’orlo, finiranno col sentirsi in colpa per le loro emozioni o, peggio, soli nel gestirle.
Ginott, in Between Parent and Child, ci ricorda che “la compassione di un genitore serve come primo soccorso emotivo per i sentimenti feriti”. Ma come può esserci compassione autentica, stabile, se il genitore è esausto? Come può esserci ascolto se non c’è più energia?
La risposta non è quella di diventare genitori perfetti. È, piuttosto, quella di diventare genitori consapevoli. Genitori che si fermano, che si danno il permesso di essere umani, che accettano di avere bisogno. Genitori che cercano aiuto quando serve, che coltivano la propria salute mentale come forma di amore verso se stessi e verso i figli.
In fondo, l’educazione è una relazione. E ogni relazione vive della qualità della presenza che ciascuno porta. Se un genitore sta bene, anche il bambino sente che il mondo può essere un posto sicuro. Se il genitore si prende cura di sé, insegna che prendersi cura è un valore. E forse, in quella semplicità disarmante, risiede una delle lezioni più importanti della pedagogia affettiva: che l’amore comincia sempre da dentro.
