Educare, in fondo, significa creare le condizioni perché l’altro diventi protagonista del proprio percorso di crescita.
Spesso, parlando di educazione, si rischia di confondere il nostro ruolo con l’idea di dover convincere, persuadere o addirittura “plasmare” la persona che accompagniamo. Ma l’educazione non è questo: non è un esercizio di potere, non è un intervento che mira a modificare dall’esterno attraverso condizionamenti o forzature.
Educare come processo intenzionale
In pedagogia l’educazione viene definita come un processo intenzionale e finalizzato, che ha come obiettivo la crescita integrale della persona. Non significa “imporre un cambiamento”, ma predisporre contesti, strumenti e strategie che permettano all’altro di sviluppare comportamenti funzionali, competenze sociali e maggiore autonomia.
Un concetto ribadito anche dalle scienze dell’educazione e dall’analisi del comportamento (ABA), che sottolineano l’importanza di comprendere la funzione di un comportamento e di favorire percorsi di autoregolazione, piuttosto che ricorrere a forme di persuasione.
Il rischio della sovrapposizione
Se pensiamo all’educazione come a un tentativo di persuasione, corriamo un rischio concreto: sovrapporci alla vita dell’altro, dimenticando che ogni persona è portatrice di una propria unicità, di aspettative e di un progetto di vita (riferimenti: Legge 112/2016 e Legge 62/2024).
L’intervento educativo, allora, non deve sostituirsi alle aspirazioni della persona, ma accompagnarle, sostenendone la realizzazione e rispettandone i tempi.
Il rischio dell’imposizione nei contesti educativi e di aiuto
Spesso ci troviamo a doverci confrontare con persone che vivono una condizione di disagio. In questi casi l’ascolto dovrebbe essere la nostra prima competenza, la base su cui costruire ogni intervento. Tuttavia, non di rado, noto come in alcuni professionisti emerga un atteggiamento di superiorità, quasi si considerassero detentori di una verità assoluta.
Questa modalità non solo contraddice i principi dell’educazione, ma rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: invece di avvicinare, aumenta le distanze, genera attriti e chiusure. L’altro, infatti, non percepisce più una relazione di aiuto, ma una relazione di potere. E in un contesto di potere, difficilmente ci sarà disponibilità ad ascoltare, a riflettere o a mettersi in discussione.
Come sottolineano le teorie dell’approccio centrato sulla persona (Carl Rogers), l’educazione e la relazione di aiuto trovano senso solo nella capacità di accogliere l’altro senza giudizio, riconoscendone l’autonomia e la possibilità di scelta. Ogni volta che ci imponiamo come se avessimo “la soluzione giusta”, rischiamo di negare questa autonomia, rinforzando la resistenza invece della crescita.
Educare, allora, significa esercitare un’autorità che non diventa autoritarismo, ma che si fonda sulla coerenza, sulla chiarezza e soprattutto sull’umiltà di riconoscere che nessuno possiede “la verità assoluta”. L’unico terreno comune possibile è l’incontro, dove ciascuno — educatore e persona — porta il proprio contributo e la propria prospettiva.
Strumenti e metodo
In questa prospettiva, l’educatore non lavora mai con la logica della persuasione, ma con quella dell’accompagnamento. Questo significa:
• analizzare la funzione dei comportamenti per capirne il senso e orientare il cambiamento;
• predisporre contesti che facilitino esperienze positive e di apprendimento;
• utilizzare rinforzi educativi, evitando meccanismi coercitivi;
• sostenere la persona nell’autoregolazione e nell’autodeterminazione.
Educare come libertà condivisa
Educare, in fondo, significa creare le condizioni perché l’altro diventi protagonista del proprio percorso di crescita. Non convincere, non manipolare, non sostituirsi: ma accompagnare.
È in questa tensione tra sostegno e rispetto che l’educazione si rivela per ciò che è davvero: un atto di responsabilità, di fiducia e di libertà condivisa.
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👉 E voi, nella vostra esperienza educativa o professionale, vi siete mai trovati di fronte al rischio di “imporvi” più che di accompagnare? Come siete riusciti a trasformare l’imposizione in un’occasione di dialogo autentico?
