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Quando il cervello inizia a parlare: perché il pensare troppo ci danneggia (e come ricominciare a respirare).

2025-11-19 11:55

Gaetano Terlizzi

Quando il cervello inizia a parlare: perché il pensare troppo ci danneggia (e come ricominciare a respirare).

Rallentare non è perdere tempo: è imparare a vivere

 

 

 

Rallentare non è perdere tempo: è imparare a vivere

 

 

 

Alcuni giorni la mente non vuole rallentare. Le idee si rincorrono, si urtano, si increspano, poi si spostano di lato, si ritirano, e tutto il resto sembra più grande di noi. Domande senza risposta, problemi che si affacciano in ogni spazio vuoto, una voce che continua a parlare anche quando vorremmo solo silenzio.


A volte ci diciamo che è naturale. “Siamo fatti così”, pensiamo, e ci sembra abbastanza. Ma col tempo ho capito che esiste una linea sottile — quasi invisibile — tra pensare e pensare troppo. E quando la oltrepassiamo, il pensiero smette di aiutarci e inizia lentamente a farci male.

 

Nel mio lavoro educativo, ma anche nel tessuto della vita quotidiana, mi rendo conto di quanta energia si disperda nella ruminazione. È qualcosa di invisibile, nessuno lo vede, ma dentro pesa tantissimo. È un rumore di fondo che ci impedisce di ascoltare davvero.


Quando la mente si riempie di “e se…”, “avrei dovuto…”, “non avrei dovuto…”, perdiamo il contatto con ciò che accade adesso, proprio qui, davanti a noi. È il paradosso di chi pensa troppo: crede di prepararsi meglio alla vita, ma finisce solo per sentirsi più stanco, più ansioso, più lontano dal presente.

 

Vedo come, a volte, i pensieri ci rimbalzano addosso e si amplificano. Non li combattiamo, ma ci divorano piano piano. Così perdiamo chiarezza, diventiamo più reattivi, meno capaci di ascoltare, meno presenti. Non è il pensiero in sé che ci tormenta, ma l’eccesso: quel cerchio infinito che torna sempre agli stessi nodi, senza mai scioglierli.

 

A volte basta fermarsi e restare. Non per capire, non per trovare subito un senso, ma semplicemente per esserci. Restare dentro il disordine senza fuggire.
Qualcosa accade quando smetto di inseguire i pensieri e lascio che il corpo faccia il suo lavoro: respirare, muoversi, sentire il pavimento sotto i piedi. Allora qualcosa cambia. È come se la mente, finalmente, potesse riposare. Come se non avesse più bisogno di controllare tutto.

 

Anche scrivere è una forma di liberazione. Mettere i pensieri su carta è come aprire una finestra: aiuta a fare ordine, a lasciare andare. Quando un pensiero diventa parola scritta, perde un po’ della sua forza assoluta.


A volte perfino darsi un tempo per preoccuparsi funziona: dieci minuti al giorno, sempre alla stessa ora. È un modo gentile per dire alla mente che non deve vagare per tutto il giorno.

 

E poi c’è la presenza. Non quella che svuota la mente, ma quella che la riporta a casa: un suono, un odore, un gesto, una voce. Tornare. Semplicemente tornare.

 

Ho capito anche che parlare con qualcuno è un modo di respirare. A volte basta un “mi ascolti?”. Condividere non risolve, ma alleggerisce. Fa spazio. Ci ricorda che non dobbiamo farcela da soli.
Aprirsi a ciò che ci fa stare bene — leggere, cucinare, muoversi, stare accanto a chi ci conosce — non è una perdita di tempo, ma un atto essenziale di cura.

 

Credo che l’educazione sia anche questo: imparare a non essere sovraccaricati. Accettare che non possiamo controllare tutto, che non abbiamo sempre risposte, che va bene sentirsi confusi o stanchi. Non è un segno di debolezza: è umanità.


E quando ci concediamo questa umanità, diventiamo più autentici, più capaci di ascoltare, più pronti ad accompagnare gli altri nel loro cammino.

 

Ridurre il rumore della mente è, prima di tutto, un atto di cura verso di sé.


Ma è anche un atto di cura verso gli altri.
Perché una mente che respira educa meglio.

E accoglie meglio chi, davanti a noi, prova semplicemente ad accogliere se stesso.