Tra qualche ora, negli Stati Uniti, accadrà qualcosa che merita attenzione non soltanto dal punto di vista giudiziario, ma soprattutto educativo. Meta, la società che controlla Facebook e Instagram, si troverà ad affrontare un importante processo federale promosso da numerosi Stati americani, che mette al centro il rapporto tra piattaforme social, meccanismi di coinvolgimento e tutela dei più giovani.
Al di là di ciò che stabiliranno i giudici, credo che questa vicenda ci consegni una domanda molto più vicina alla nostra quotidianità: quanto abbiamo permesso ai social di decidere ciò che merita attenzione?
Negli ultimi anni abbiamo costruito una parte della nostra identità digitale attraverso numeri: follower, like, visualizzazioni, condivisioni. Numeri che hanno finito, in alcuni casi, per trasformarsi quasi in certificazioni di autorevolezza. Se una persona ha centomila follower, tendiamo ad ascoltarla più facilmente. Se un pensiero raccoglie migliaia di like, siamo portati a considerarlo importante, condivisibile e, qualche volta, persino vero.
Ma un pensiero è vero perché riceve molti like? Evidentemente no.
Ed è qui che la questione diventa pedagogica. Dobbiamo tornare a distinguere popolarità, autorevolezza e verità. Posso essere molto popolare senza avere competenza su ciò di cui parlo. Posso essere competente senza avere migliaia di follower. E posso dire qualcosa di profondamente vero anche se nessuno mette un like.
C’è poi un altro aspetto: ciò che vediamo sui social non arriva davanti ai nostri occhi in maniera neutrale. Gli algoritmi selezionano, propongono, ripropongono e premiano determinati contenuti sulla base della nostra attenzione e delle nostre interazioni. Così rischiamo di entrare in un circuito nel quale vediamo sempre più frequentemente ciò che ci coinvolge, ci emoziona o conferma quello che già pensiamo.
Questo processo potrà davvero cambiare qualcosa?
Probabilmente una sentenza, da sola, non cambierà il nostro rapporto con i social. Potrà però costringere le grandi piattaforme a interrogarsi sul modo in cui progettano i propri strumenti e, soprattutto, potrebbe segnare un passaggio culturale importante: riconoscere che dietro una piattaforma non esiste soltanto una tecnologia, ma anche una responsabilità.
Cambiare qualche funzione, modificare un algoritmo o limitare determinati meccanismi può essere importante. Ma il cambiamento più profondo dovrà avvenire nelle persone.
Perché possiamo modificare Facebook, Instagram o qualsiasi altro social, ma se continuiamo a misurare il valore di una persona attraverso il numero dei suoi follower o la qualità di un pensiero attraverso i like ricevuti, avremo cambiato lo strumento senza cambiare la cultura.
Ed è proprio qui che entra in gioco l’educazione.
Dobbiamo insegnare soprattutto ai più giovani a utilizzare i social senza permettere ai social di definire il loro valore. A chiedersi chi sta parlando, quali competenze possiede, perché quel contenuto compare davanti ai loro occhi e se ciò che stanno leggendo sia realmente attendibile.
Forse, allora, la vicenda americana può diventare l’occasione per porci una domanda molto semplice.
Se domani sparissero il numero dei follower, dei like e delle visualizzazioni, continueremmo a dare lo stesso valore alle persone che oggi consideriamo autorevoli?
La risposta potrebbe dirci molto più sul nostro rapporto con i social di qualsiasi algoritmo.

