Pedagogia Viva

Vivere senza freno a mano: quello che mi insegnano i ragazzi

Negli anni, nel mio lavoro educativo, mi sono accorto che esiste un momento in cui iniziamo, quasi senza rendercene conto, a vivere con il freno a mano tirato. È come se passassimo gradualmente da una vita vissuta a pieno a una vita “gestita”: controlliamo cosa dire, come apparire, quando ridere, quanto esporci. A poco a poco diventiamo molto bravi a stare dentro le righe, ma un po’ meno bravi a stare davvero dentro la vita.

Questa consapevolezza non è arrivata all’improvviso. Si è fatta strada piano, osservando me stesso e i ragazzi che incontro ogni giorno. Lavorando con loro mi accorgo spesso di quanto siano capaci di riportarmi all’essenziale senza grandi discorsi, senza teorie, senza parole complicate. A volte basta un gesto, uno sguardo, una risata fuori tempo. O, come nel caso di Andrea, una linguaccia arrivata nel momento più spontaneo possibile.

Ricordo bene quella scena. Ero immerso nel mio ruolo, concentrato sull’attività, attento che tutto funzionasse, che il clima fosse sereno, che ciascuno fosse “al proprio posto”. Stavo facendo esattamente ciò che ci si aspetta da un adulto responsabile: gestire, contenere, organizzare. A un certo punto incrocio lo sguardo di Andrea e, senza pensarci neanche un secondo, lui mi fa una linguaccia. Una linguaccia diretta, limpida, senza filtri.

Per un istante sento emergere il riflesso tipico dell’adulto: chiedermi se sia un gesto adeguato, se sia rispettoso, se sia il momento giusto. Ma poi lo guardo meglio. Vedo i suoi occhi che ridono, sento quell’energia così viva che non ha niente di aggressivo o di provocatorio. E mi scappa da ridere. In quell’istante capisco che quella linguaccia non è un comportamento da correggere, non è qualcosa da raddrizzare. È vita che esce senza chiedere il permesso.

È lì che, ancora una volta, mi rendo conto di quanto noi adulti abbiamo interiorizzato delle regole non scritte: non esagerare, non esporsi troppo, non uscire dagli schemi, non “disturbare” l’ordine. Per rispettare tutte queste aspettative, impariamo a trattenere. Tratteniamo i gesti, le risate, l’entusiasmo, perfino la leggerezza. Alla fine diventiamo più composti, senz’altro, ma rischiamo di essere anche un po’ più lontani da ciò che sentiamo davvero.

I ragazzi che incontro ogni giorno, invece, questo passaggio non lo fanno nello stesso modo. Restano più vicini a ciò che provano, a ciò che li attraversa nel momento presente. Non è che non capiscano le regole: le conoscono, le vivono, spesso le rispettano. Ma non si lasciano definire soltanto da quelle. È come se avessero ancora una libertà interiore che noi, crescendo, abbiamo in parte messo da parte per essere “adeguati”.

In tutto questo, io non mi sento solo educatore, ma anche allievo. Perché da loro imparo ogni giorno qualcosa che nessun manuale potrebbe spiegarmi così bene. Una delle lezioni più grandi che continuo a ricevere è che la leggerezza non è superficialità. Anzi, sempre di più la sento come una forma di presenza, un modo diverso di stare dentro un momento senza volerlo controllare in ogni dettaglio.

Quella linguaccia di Andrea, per me, è diventata un simbolo: la libertà di non essere perfetti, la libertà di non dover sempre “funzionare”, la libertà di essere se stessi anche quando questo significa uscire un po’ dai bordi del foglio.

Nel mio lavoro educativo, questa consapevolezza mi ha costretto a cambiare sguardo. Non tutto ciò che esce dagli schemi va automaticamente corretto. Non tutto ciò che è spontaneo va contenuto. Qualche volta quello che noi etichettiamo come “disordine” è semplicemente vita che cerca uno spazio per esprimersi. E allora mi chiedo qual è davvero il mio compito: spegnere quella vitalità per riportare tutto entro una forma ordinata, oppure imparare a riconoscerla, darle un nome, incanalarla senza soffocarla?

Negli ultimi anni sento sempre più forte anche il bisogno di fermarmi e scrivere di episodi come questo. La scrittura, per me, è diventata un modo per rileggere la mia esperienza, per non lasciare che certe intuizioni si dissolvano nella fretta del quotidiano. Mettere nero su bianco ciò che accade con i ragazzi mi aiuta a vedere meglio il filo che unisce i singoli episodi, a cogliere come, dietro un gesto semplice come una linguaccia, si nasconda spesso un messaggio profondo.

Andrea, con quel gesto così naturale, mi ha ricordato che la vita non è fatta solo per essere gestita, organizzata, controllata. Tutte queste cose sono importanti, certo, soprattutto in un contesto educativo. Ma non bastano. La vita è fatta anche per essere vissuta.

E vivere, a volte, significa proprio questo: lasciarsi andare, ridere senza un motivo preciso, alleggerire la serietà con cui guardiamo a noi stessi e a ciò che facciamo.

Da quella linguaccia in poi, mi sto concedendo un piccolo esercizio: ogni tanto provo ad abbassare un po’ il volume del controllo e ad alzare quello della presenza. Provo a stare un po’ di più dentro il momento, invece che solo sopra il momento, a gestirlo. Non ci riesco sempre, ovviamente. Anch’io ho le mie abitudini, le mie paure, il mio bisogno di tenere tutto sotto controllo. Ma i ragazzi sono lì, ogni giorno, a ricordarmi che esiste un’altra possibilità.

Forse, alla fine, non servono grandi rivoluzioni. Non c’è bisogno di stravolgere tutto o di cambiare completamente modo di vivere. Forse basta, ogni tanto, trovare il coraggio di mollare un po’ la presa, abbandonare per un momento l’idea di dover essere sempre all’altezza, sempre composti, sempre coerenti.

E permetterci di vivere, anche solo per un attimo, come fa Andrea:
con il cuore aperto, lo sguardo vivo…
e la lingua di fuori. ✨

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