Pedagogia Viva

Quello che perdiamo cercando errori

 

“Se non siete disposti a commettere errori, non farete mai nulla di originale.”
Sir Ken Robinson

Nel lavoro educativo quotidiano, il confronto con genitori, insegnanti e adulti di riferimento rappresenta uno spazio prezioso, ma anche complesso. In questi dialoghi emerge spesso un elemento ricorrente: lo sguardo degli adulti tende a soffermarsi soprattutto sugli errori dei ragazzi.

Si parla di ciò che non funziona, di ciò che andrebbe corretto, di quei comportamenti che creano difficoltà e di quelle fragilità che generano preoccupazione. È una dinamica comprensibile: chi educa sente una responsabilità profonda, quella di aiutare, intervenire e migliorare le situazioni problematiche.

Eppure, nel tempo, osservando le relazioni educative e ascoltando storie diverse, diventa evidente un rischio sottile ma significativo. Quello di lasciare inosservata la forza, perché troppo concentrati sulla debolezza. Di perdere la luce, perché lo sguardo resta ancorato al buio.

Una riflessione che trova eco anche nelle parole di Enrico Galiano, nel suo libro “L’arte di sbagliare alla grande”. Nel racconto della sua esperienza di insegnante, emerge una domanda centrale: quante occasioni perdiamo quando scegliamo di evidenziare solo gli errori, invece di riconoscere le possibilità?

Per anni, la penna rossa ha rappresentato il simbolo della correzione. Uno strumento necessario, certamente, ma che nel tempo ha finito per incarnare un approccio centrato su ciò che manca. Ci si abitua così tanto a cercare l’errore da non riuscire più a vedere ciò che già esiste: un piccolo progresso, un tentativo, una sensibilità che fatica a emergere, una competenza che non si esprime nei modi attesi.

Eppure i ragazzi comunicano continuamente, anche attraverso segnali minimi. E questi segnali, se riconosciuti, possono diventare punti di partenza fondamentali.

Nel processo di crescita, infatti, l’immagine che una persona costruisce di sé non nasce mai in modo isolato. È profondamente influenzata dagli sguardi che riceve. I ragazzi diventano, almeno in parte, anche ciò che gli altri riescono a vedere in loro.

Se un bambino cresce sentendosi raccontare soltanto attraverso i suoi errori, rischia di identificarsi con essi. Se una ragazza percepisce che gli adulti vedono solo il suo buio, farà sempre più fatica a riconoscere la propria luce.

È in questo spazio che si colloca una delle responsabilità più delicate dell’educazione. Perché educare non significa soltanto correggere. Significa anche riconoscere. Significa saper vedere possibilità dove oggi si manifestano fragilità, intravedere risorse anche quando sono ancora acerbe, disordinate, nascoste dalla fatica.

Dietro molti comportamenti difficili, non ci sono ragazzi “sbagliati”, ma storie che chiedono di essere comprese. Richieste di attenzione, di riconoscimento, di accompagnamento che spesso non trovano parole esplicite.

A volte, il cambiamento più significativo non riguarda il ragazzo, ma lo sguardo dell’adulto. Passare dal chiedersi “Cosa non va?” al domandarsi “Cosa sto rischiando di non vedere?” può aprire spazi educativi completamente nuovi.

Perché ogni volta che scegliamo di osservare soltanto il buio, c’è sempre una parte di luce che rischiamo di perdere.

– Galiano

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