Pedagogia Viva

Il problema non è la disabilità. È il mondo che continuiamo a progettare.

“Il problema non è la mia disabilità. Il problema è un mondo progettato come se io non esistessi.”
Judith Snow

Ci sono citazioni che hanno la capacità di cambiare il nostro modo di guardare la realtà. Non perché offrano una soluzione immediata, ma perché ci costringono a porci domande nuove. Le parole dell’attivista canadese Judith Snow appartengono a questa categoria. In poche righe riescono a spostare l’attenzione dalla persona alla responsabilità collettiva, invitandoci a riflettere su quanto, spesso, siano i contesti a creare le maggiori difficoltà.

Per molto tempo la disabilità è stata interpretata come un limite individuale, qualcosa da correggere o da compensare. L’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente su ciò che la persona non riusciva a fare, dimenticando di osservare il contesto nel quale quella persona viveva. Eppure la vera domanda dovrebbe essere un’altra: quanto delle difficoltà che una persona incontra dipende realmente dalla sua condizione e quanto, invece, deriva da un ambiente che non è stato pensato anche per lei?

Molto spesso, pur di realizzare un progetto o raggiungere un obiettivo, si finisce per accettare compromessi che, apparentemente, sembrano marginali, ma che in realtà determinano chi potrà partecipare e chi, invece, resterà escluso. Si pensa all’opera da costruire, al servizio da attivare, all’evento da organizzare, senza fermarsi a riflettere fino in fondo su chi ne usufruirà, su come vi accederà e se ogni persona potrà viverlo con la stessa dignità e autonomia.

L’accessibilità viene così considerata un elemento da affrontare in un secondo momento, quando invece dovrebbe rappresentare il punto di partenza di ogni progettazione. Un bene, uno spazio, un servizio o un’attività non possono dirsi realmente riusciti se, fin dalla loro nascita, escludono qualcuno. La qualità di un progetto non si misura soltanto dalla sua funzionalità, dalla sua bellezza o dalla sua sostenibilità economica, ma dalla sua capacità di diventare un’opportunità per tutti.

Questo vale per una scuola, per un parco giochi, per un edificio pubblico, per un luogo di lavoro, per un mezzo di trasporto, ma anche per un progetto educativo, una proposta culturale o un’iniziativa sociale. Ogni scelta progettuale racconta una visione della società. Se non ci chiediamo chi potrebbe rimanere escluso, significa che, inconsapevolmente, stiamo continuando a progettare come se alcune persone non esistessero.

Nel mio lavoro ho imparato che il cambiamento più importante non nasce da una nuova metodologia o da uno strumento innovativo. Nasce dallo sguardo con cui osserviamo le persone. Quando smettiamo di domandarci che cosa manca a qualcuno e iniziamo a chiederci che cosa possiamo cambiare nell’ambiente affinché quella persona possa partecipare pienamente, cambia il senso stesso dell’intervento educativo.

L’inclusione non è un gesto di solidarietà, né una concessione. È il riconoscimento di un diritto. Significa comprendere che ogni persona appartiene alla comunità e che la comunità ha il dovere di organizzarsi affinché ciascuno possa esprimere le proprie potenzialità. Non si tratta di costruire percorsi separati o soluzioni speciali, ma di progettare contesti sufficientemente flessibili da accogliere la diversità come una condizione naturale dell’essere umano.

Troppo spesso, invece, continuiamo ad adattare le persone a sistemi rigidi, chiedendo loro uno sforzo continuo per inserirsi in ambienti che non le avevano previste. È un approccio che produce fatica, frustrazione e, in molti casi, esclusione. Al contrario, una società realmente inclusiva è quella che assume la responsabilità di interrogarsi prima di costruire, prima di decidere e prima di organizzare.

L’inclusione, infatti, non nasce quando eliminiamo una barriera già esistente. Nasce quando quella barriera decidiamo di non costruirla.

Ogni volta che una persona con disabilità riesce a partecipare pienamente alla vita della comunità, non è soltanto lei a beneficiarne. È la comunità intera che cresce. Cresce perché impara a comunicare meglio, a collaborare, ad accogliere punti di vista differenti e a riconoscere che la ricchezza di una società non risiede nell’omologazione, ma nella capacità di valorizzare ogni persona.

Forse è proprio questo il messaggio più profondo racchiuso nelle parole di Judith Snow. Il problema non è la disabilità. Il problema nasce quando continuiamo a progettare il mondo come se alcune persone non dovessero abitarlo.

La vera sfida, allora, non è chiedersi come aiutare chi è più fragile, ma come costruire una società in cui nessuno debba sentirsi un’eccezione. Una società che, prima ancora di parlare di inclusione, impari a progettare pensando a tutti.

Perché un mondo progettato per tutti non migliora soltanto la vita delle persone con disabilità. Migliora la vita di ciascuno di noi.

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