Workshop Marzo 2026 – Promuovere il Linguaggio Generativo usando la Relational Frame Theory (RFT)
Ci sono esperienze formative che non si esauriscono nei contenuti appresi, ma che lasciano tracce più profonde, quasi silenziose. Due giornate a Brescia, dedicate alla Relational Frame Theory (RFT), sono state per me esattamente questo: non solo studio, ma incontro. Non solo teoria, ma sguardo.
Il workshop, organizzato da Lucia D’Amato, ha riunito professionisti provenienti da contesti diversi, accomunati però da una stessa tensione: comprendere meglio, per poter accompagnare meglio. Fin dalle prime ore, si è percepita una qualità rara: quella di uno spazio in cui la conoscenza non viene semplicemente trasmessa, ma costruita insieme.
Abbiamo attraversato i fondamenti della Relational Frame Theory, entrando nel cuore di uno dei modelli più raffinati della scienza del comportamento nello studio del linguaggio e della cognizione. Ma ciò che rendeva ogni passaggio vivo era la continua connessione con la pratica: con i volti, le storie, le difficoltà quotidiane che ciascuno di noi incontra nel lavoro educativo e terapeutico.
Si è parlato di bambini con Disturbo dello Spettro Autistico e altri disturbi dello sviluppo, e di una sfida che conosciamo bene: la rigidità nell’apprendimento del linguaggio. Una rigidità che non è solo tecnica o cognitiva, ma che spesso si traduce in distanza, in fatica relazionale, in possibilità non pienamente espresse nella partecipazione alla vita sociale.
Ed è qui che l’RFT apre uno spazio nuovo. Ci invita a guardare il linguaggio non come un insieme di parole da apprendere, ma come una rete di relazioni da costruire. Ci spinge a chiederci non solo cosa un bambino dice, ma come mette in relazione ciò che dice con il mondo, con gli altri, con sé stesso.
Un momento particolarmente significativo è stato l’approfondimento del protocollo RES-EP (Relational Evolutionary System for Educational Progress). Attraverso esempi concreti, abbiamo potuto vedere come sia possibile leggere in modo più fine i repertori simbolici dei bambini e costruire percorsi che favoriscano linguaggio generativo, competenze socio-comunicative e perspective taking. Non come obiettivi astratti, ma come possibilità reali di relazione, autonomia e partecipazione.
A rendere ancora più preziosa l’esperienza è stata la presenza, per la prima volta in Italia, di relatori di livello internazionale:
– Dermot Barnes-Holmes
– João Henrique de Almeida
– Carolina Silveira
– Colin Harte
I loro contributi hanno arricchito il quadro teorico, ma soprattutto hanno rafforzato una sensazione: quella di appartenere a una comunità più ampia, che, in diverse parti del mondo, si interroga sulle stesse domande.
E poi c’è stato il confronto. Quello vero. Quello fatto di racconti, dubbi, tentativi, errori e intuizioni. Ogni intervento apriva nuove possibilità, ogni domanda diventava patrimonio condiviso. In quei momenti si comprende davvero che la formazione più autentica nasce dall’incontro tra esperienze, prima ancora che dai contenuti.
Lucia D’Amato ha saputo custodire e guidare questo processo con sensibilità e competenza, creando un clima in cui ciascuno potesse sentirsi parte attiva. Non spettatori, ma co-costruttori di significato.
Torno da Brescia con strumenti nuovi, certo. Ma soprattutto con una domanda che continua a lavorare dentro: come possiamo rendere il linguaggio uno spazio di libertà per i bambini che incontriamo?
Forse la risposta sta proprio lì, in ciò che queste due giornate hanno reso evidente: la conoscenza cresce davvero quando è relazione. Quando si lascia attraversare dall’esperienza. Quando diventa, prima di tutto, umana.

