In apertura, nella foto vedete Grazia Maria, una figura importante del mio percorso, una di quelle presenze che contribuiscono concretamente a dare forma e senso al lavoro educativo. È anche attraverso incontri come questo che ho compreso quanto il camminare insieme non sia solo una possibilità, ma una necessità educativa.
Ci sono momenti, lungo il percorso, in cui ci si ferma a guardare indietro. Non per nostalgia, ma per capire davvero come siamo arrivati fin lì. E spesso, proprio in quei silenzi retrospettivi, emerge una verità che, mentre la viviamo, sembra sfuggirci: nessun cammino è mai stato davvero solitario.
All’inizio si crede il contrario. Si pensa che siano le nostre competenze, le scelte coraggiose, la determinazione a disegnare la strada. E in parte è vero. Ma con il tempo si scopre che la direzione, da sola, è come un disegno senza colore: tecnicamente corretto, forse, ma senza vita. Sono gli incontri a darle forma, a renderla concreta, a trasformarla da intenzione in esperienza vissuta.
Nel mio lavoro — fatto di aule, colloqui, riunioni, progetti con ragazzi, famiglie, colleghi e istituzioni — ho imparato che l’incontro non è un contorno. Non è qualcosa che accade “intorno” all’educazione. È, piuttosto, il suo battito centrale. È ciò che la rende viva, impedendole di ridursi a una mera procedura.
E attenzione: non parlo di qualsiasi incontro. Non di quello veloce, funzionale, che si esaurisce in uno scambio di informazioni. Parlo dell’incontro autentico, quello che lascia un segno. Quello che, senza preavviso, ti costringe a spostare lo sguardo, a vedere un angolo che prima non esisteva. Quello che cambia sottilmente il nostro modo di stare al mondo.
La cosa più sorprendente è che, spesso, non lo scegliamo. Anzi, ci troviamo immersi in relazioni che non avevamo programmato, dentro dinamiche che non avevamo previsto. Eppure è proprio lì — nel non previsto, nell’imprevedibile — che si giocano le esperienze che contano davvero. Quel collega che offre una prospettiva inattesa. Quel genitore che apre uno spazio di comprensione nuovo. Quel ragazzo il cui silenzio comunica più di molte parole.
Da un punto di vista pedagogico, questo ci consegna una consapevolezza importante: l’incontro autentico non è completamente programmabile. Possiamo creare contesti, predisporre condizioni, ma non possiamo controllarne fino in fondo gli esiti. Perché l’altro porta sempre con sé qualcosa che eccede le nostre aspettative.
E allora il punto non è più scegliere sempre con chi camminare, ma imparare a stare dentro ciò che accade. Riconoscere il valore degli incontri, anche quando non coincidono con la nostra mappa mentale. Lasciarci trasformare, invece di adattare l’altro ai nostri schemi.
In questo senso è fondamentale distinguere tra amicizia e condivisione di un percorso, due dimensioni spesso confuse ma profondamente diverse.
L’amicizia è uno spazio affettivo libero, non vincolato a obiettivi. È un luogo in cui si può semplicemente essere, senza la necessità di costruire qualcosa.
La condivisione di un percorso professionale o educativo, invece, implica responsabilità. È un impegno reciproco, la capacità di tenere insieme visioni differenti, la disponibilità al confronto. Non è necessario essere amici per costruire insieme. Ciò che conta è la possibilità di co-abitare uno spazio di senso, in cui ciascuno contribuisce con il proprio sguardo.
Ed è qui che si manifesta una delle dimensioni più profonde del lavoro educativo: la co-costruzione. Nessun progetto di vita significativo nasce in solitudine. C’è sempre bisogno di uno sguardo altro, di una presenza che integri, completi, metta in discussione.
Non è un processo semplice. Richiede di rinunciare all’idea di avere una visione totale. Significa accettare la fatica del confronto, i diversi ritmi, le sensibilità che non coincidono. Ma è proprio dentro questa fatica che si genera valore. È lì che il lavoro smette di essere solo tecnico e diventa profondamente umano.
Guardando al mio percorso, mi accorgo che ciò che ha fatto davvero la differenza non sono stati solo i progetti realizzati, ma le persone con cui li ho condivisi. Compagni e compagne di strada che hanno ampliato il mio sguardo, rendendolo più complesso e più autentico.
In particolare, nel mio cammino, la presenza delle donne è stata centrale. Non tanto per una questione numerica, quanto per la qualità del contributo: una capacità profonda di abitare la relazione, di cogliere le sfumature, di tenere insieme il fare e il sentire, il progetto e la cura. Questo ha reso il lavoro più completo e aderente alla complessità reale delle situazioni educative.
A volte mi chiedo se tutto questo sia stato frutto di fortuna. Forse sì, almeno in parte. Ma credo anche che il percorso che si intraprende abbia la capacità di generare certi incontri, di creare le condizioni perché alcune persone entrino nella nostra traiettoria.
E allora la domanda non è tanto se siamo stati fortunati, ma cosa facciamo degli incontri che viviamo.
Se li attraversiamo distrattamente, restano episodi.
Se li abitiamo, diventano esperienza.
Se li riconosciamo, possono lasciare un segno.
E nel lavoro educativo, lasciare segno non significa imporre una direzione, ma costruirla insieme. Significa camminare non semplicemente uno accanto all’altro, ma contribuire, ciascuno con il proprio passo e il proprio sguardo, a dare senso al percorso.
Forse è proprio questa la forma più autentica del camminare insieme: un intreccio di presenze che, riconoscendosi, rendono il cammino più vero, più umano.

