La mia esperienza mi porta, molto spesso, a confrontarmi con persone poste davanti a un bivio.
Non si tratta quasi mai di scelte semplici.
Sono momenti in cui decidere non significa solo prendere una direzione, ma incidere profondamente sulla propria storia.
Ci sono scelte che, da quel punto in poi, cambiano il percorso.
Modificano il modo di stare nelle relazioni, nel lavoro, nella propria vita.
Ed è proprio in questi momenti che emerge qualcosa di essenziale:
non sempre le persone stanno davvero scegliendo.
A volte stanno cercando ciò che è meglio.
Altre volte ciò che è più sicuro.
Altre ancora ciò che è giusto secondo qualcuno.
Ma più raramente si fermano a chiedersi: cosa voglio davvero?
È da qui che nasce questa riflessione, ispirata al pensiero di Giovanni Paolo Quattrini.
Qualche settimana fa, una collega mi ha condiviso proprio una riflessione di questo studioso, Psicologo psicoterapeuta, supervisore.
È stato un passaggio che mi ha toccato personalmente. Direi dirompente.
Non tanto per la novità del tema, ma perché ha dato forma e parole a qualcosa che incontro molto spesso nel mio lavoro.
Mi capita, infatti, di trovarmi a gestire incontri in cui il nodo centrale è proprio questo: la scelta.
E in quei momenti diventa evidente quanto sia sottile, ma decisiva, la differenza tra scegliere davvero e limitarsi a selezionare.
Ci sono parole che usiamo ogni giorno con leggerezza, ma che, se osservate più da vicino, rivelano una profondità sorprendente. Una di queste è “scelta”.
Siamo abituati a pensare che scegliere significhi confrontare: meglio o peggio, di più o di meno, giusto o sbagliato. In realtà, questo tipo di movimento somiglia più a una selezione che a una scelta autentica. È come se ci limitassimo a seguire criteri già stabiliti, spesso esterni a noi, che ci guidano quasi automaticamente verso una direzione.
Giovanni Paolo Quattrini ci invita a guardare oltre questa apparente semplicità. Una scelta, per essere davvero tale, non avviene tra opzioni ordinate gerarchicamente, ma tra diversità.
E qui emerge un passaggio che possiamo definire, senza esitazione, rivoluzionario.
Siamo stati educati a scegliere in funzione di ciò che è meglio o peggio.
A valutare, a pesare, a confrontare.
Raramente, però, siamo stati educati a scegliere in funzione di ciò che vogliamo davvero.
Devo dire che questo punto di vista mi ha fatto riflettere tantissimo.
È vero: molto spesso siamo abituati più a selezionare che a scegliere.
Selezionare significa muoversi in base a criteri appresi, costruiti nel tempo attraverso il nostro vissuto personale e i diversi segmenti dell’educazione che abbiamo attraversato: la famiglia, la scuola, il contesto sociale.
Sono questi riferimenti che, spesso in modo implicito, orientano le nostre decisioni. Ci fanno percepire alcune opzioni come “migliori” di altre, più giuste, più adeguate. E in questo movimento c’è una forma di continuità con ciò che abbiamo imparato.
Ma proprio per questo, la selezione rischia di rimanere dentro un perimetro già tracciato.
Scegliere, invece, è un passaggio diverso.
Significa non fermarsi a ciò che appare migliore secondo criteri già dati, ma entrare in contatto con la propria volontà. Significa interrogarsi non solo su cosa è giusto, ma su cosa è autentico per sé.
“Tu vuoi!”
Una frase essenziale, quasi spiazzante. Perché non ci chiede quale sia la cosa migliore, ma ci rimanda direttamente a noi stessi.
Non è una domanda semplice. Richiede di fermarsi, di ascoltarsi, di tollerare anche una certa dose di incertezza. Richiede, soprattutto, di assumersi la responsabilità di ciò che si sceglie.
Nell’orizzonte della Psicoterapia della Gestalt, il lavoro educativo e terapeutico non consiste nel suggerire la scelta “giusta”, ma nello scoprire e rendere visibili le alternative. È un lavoro che riguarda la libertà: la libertà di operare scelte consapevoli, effettuate tra differenze, e non scelte meccaniche tra meglio e peggio.
In questo senso, la scelta diventa un atto profondamente formativo.
Scegliere significa:
– riconoscere che esistono più possibilità
– accettare che non esiste una risposta perfetta
– entrare in contatto con la propria volontà
– assumersi la responsabilità delle conseguenze
È un processo che costruisce identità.
A questo punto, però, si apre una riflessione importante.
Si potrebbe obiettare che scegliere in base a ciò che si vuole rischi di diventare un atto egoistico. Che, in fondo, non sempre possiamo decidere solo in funzione di noi stessi. Ci sono situazioni in cui le nostre scelte toccano gli altri, le relazioni, i legami.
È un’obiezione legittima.
Ma forse il punto non è contrapporre il “voglio” al “giusto”.
Il punto è comprendere che anche il senso di responsabilità verso l’altro può diventare una scelta autentica, e non solo un criterio appreso o un obbligo interiorizzato.
Perché c’è una differenza profonda tra:
fare qualcosa perché “si deve”
e scegliere di farlo perché lo si riconosce come parte di sé.
Quando una persona è davvero in contatto con la propria volontà, non esclude l’altro. Al contrario, può includerlo in modo più consapevole.
Scegliere di non ferire, scegliere di restare, scegliere di prendersi cura… non è meno autentico.
Diventa autentico proprio quando non è imposto, ma voluto.
In questo senso, la volontà non è chiusura su di sé, ma possibilità di relazione.
E forse è proprio qui il passaggio più delicato del lavoro educativo: aiutare la persona a riconoscere che la libertà non è fare ciò che si vuole a discapito degli altri, ma scegliere assumendosi la responsabilità anche dell’impatto che quella scelta ha sulle relazioni.
Perché una scelta è davvero libera quando è anche consapevole.
Nel lavoro educativo, questo passaggio è fondamentale. Spesso siamo portati, con le migliori intenzioni, a orientare i ragazzi verso ciò che riteniamo migliore per loro. Ma educare non significa sostituirsi alla scelta, bensì allenare alla scelta.
E questo apre una riflessione ancora più profonda: educare non è solo trasmettere criteri, ma aiutare la persona a riconoscerli. A capire da dove vengono, come si sono formati, e, quando necessario, a metterli in discussione.
Perché solo quando una persona riesce a vedere i propri criteri, può iniziare davvero a scegliere.
E forse è proprio qui la sfida più grande:
passare da un’educazione che insegna a scegliere “bene” a un’educazione che insegna a scegliere autenticamente.
Perché una persona non cresce davvero quando impara a fare la cosa giusta, ma quando impara a scegliere.
E ogni scelta autentica, anche la più piccola, è un passo verso la libertà.

