Progetto di Vita

L’accomodamento ragionevole: una garanzia dei diritti, non un compromesso al ribasso

Sul tema dell’accomodamento ragionevole è necessario fermarsi a riflettere, perché nel tempo si sono diffuse interpretazioni che ne hanno alterato il significato giuridico e la funzione.

Tra gli equivoci più frequenti vi è quello di considerare l’accomodamento ragionevole come una forma di contenimento della spesa pubblica o come una sorta di compromesso tra le esigenze delle persone con disabilità e le difficoltà organizzative o finanziarie delle istituzioni. Secondo questa visione, di fronte alla generica affermazione della scarsità di risorse, la persona con disabilità dovrebbe accettare una riduzione del proprio diritto.

Questa interpretazione è profondamente errata.

L’articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità definisce infatti l’accomodamento ragionevole come:

“Le modifiche e gli adattamenti necessari e appropriati che non impongano un onere sproporzionato o eccessivo, adottati, ove ve ne sia necessità in casi particolari, per garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali.”

La finalità dell’accomodamento ragionevole, dunque, non è limitare l’esercizio di un diritto né riconoscerlo solo in parte. Al contrario, serve proprio a renderlo pienamente, concretamente ed effettivamente esercitabile quando la sola applicazione della norma non è sufficiente a garantirne il godimento.

L’accomodamento interviene quando esiste un diritto già riconosciuto dall’ordinamento ma, nella pratica, persistono ostacoli che impediscono alla persona con disabilità di esercitarlo nelle stesse condizioni degli altri.

Un esempio è rappresentato dal diritto di una persona con disabilità motoria a muoversi negli spazi pubblici e a fruire del patrimonio storico e artistico. Può accadere che un centro storico medievale presenti passaggi larghi appena 50 o 55 centimetri, rendendo impossibile il transito con una carrozzina. In una situazione del genere il diritto alla fruizione del bene culturale non deve essere negato. L’accomodamento ragionevole può consistere, ad esempio, nella predisposizione di un dispositivo alternativo, come un seggiolino elettrico appositamente progettato, che consenta di percorrere quegli spazi e raggiungere lo stesso risultato: l’accesso al patrimonio culturale.

Un altro esempio riguarda il trasporto pubblico. Se una fermata è temporaneamente priva di un marciapiede accessibile, in attesa della realizzazione delle opere necessarie l’amministrazione può garantire il diritto all’accesso mediante l’utilizzo di una pedana elevatrice o di altri strumenti equivalenti. Anche in questo caso l’accomodamento ragionevole non sostituisce l’obbligo di eliminare definitivamente la barriera, ma evita che, nel frattempo, il diritto resti inesercitabile.

L’accomodamento ragionevole, quindi, non rappresenta una logica del “meno peggio”, né una trattativa al ribasso tra diritti e disponibilità economiche. È, invece, lo strumento attraverso il quale si individuano modalità diverse, adeguate e proporzionate per conseguire lo stesso risultato che la legge riconosce a tutti.

Naturalmente, tali soluzioni dovranno essere appropriate, sostenibili e non comportare un onere sproporzionato. Ma questo principio non può essere utilizzato come giustificazione per negare un diritto o rinviarne indefinitamente l’attuazione appellandosi genericamente alla mancanza di risorse.

Il punto centrale è semplice: l’accomodamento ragionevole non serve a ridurre i diritti; serve a renderli realmente esigibili. Perché una società inclusiva non è quella che concede qualcosa in meno, ma quella che trova il modo di garantire a ciascuno ciò che gli spetta, anche quando è necessario percorrere una strada diversa.

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