Pedagogia Viva

Smettila di guardare gli altri

Osserviamo, commentiamo, giudichiamo. Attraverso i social conosciamo frammenti delle vite degli altri, seguiamo ciò che accade intorno a noi e siamo continuamente esposti allo sguardo altrui.

Eppure, paradossalmente, sembra diventato sempre più difficile compiere un gesto più semplice e, forse, più necessario: guardare noi stessi.

Non mi riferisco all’immagine restituita da uno specchio. Parlo di quello sguardo più profondo che ci permette di domandarci chi siamo diventati, dove stiamo andando e, soprattutto, se la persona che stiamo costruendo corrisponde ancora a quella che vorremmo essere.

Fermarsi a pensare, oggi, sembra quasi una perdita di tempo.

Le nostre giornate sono scandite da impegni, responsabilità, lavoro, relazioni e dalla necessità di rispondere continuamente alle aspettative che arrivano dall’esterno. Corriamo così tanto che, qualche volta, rischiamo di non accorgerci nemmeno di quanto siamo cambiati.

E invece fermarsi è necessario.

Lo è nella vita personale. Lo è ancora di più quando il proprio lavoro porta quotidianamente a incontrare persone, famiglie, ragazzi, fragilità, difficoltà e storie profondamente diverse tra loro.

In questi anni ho imparato che osservare l’altro richiede una responsabilità enorme.

Uno sguardo può accogliere, ma può anche giudicare. Può incoraggiare oppure far sentire qualcuno inadeguato. Può vedere una persona nella sua interezza oppure fermarsi soltanto alla sua difficoltà.

È probabilmente una delle lezioni più importanti che il lavoro educativo continua a consegnarmi: prima di pretendere di comprendere gli altri, dovremmo avere il coraggio di interrogarci su noi stessi.

Perché nelle relazioni non portiamo soltanto le nostre competenze. Portiamo la nostra storia, le convinzioni, le paure, le aspettative e, inevitabilmente, anche i nostri pregiudizi.

Riconoscerli non significa essere deboli. Significa diventare più consapevoli della responsabilità che abbiamo quando entriamo nella vita di un’altra persona.

La maturità, del resto, non coincide con l’avere tutte le risposte. Forse consiste proprio nella capacità di continuare a farsi delle domande.

Ammettere di avere sbagliato. Cambiare idea. Riconoscere un limite. Comprendere che una strada intrapresa non è più quella giusta. Chiedere scusa quando necessario. Ricominciare.

Sono gesti che spesso consideriamo segnali di fragilità e che, invece, raccontano una delle forme più autentiche della crescita.

Abbiamo costruito una società nella quale sembra importante apparire sicuri. Dobbiamo sapere cosa vogliamo, mostrare risultati, raccontare successi. C’è poco spazio per il dubbio, per l’incertezza e persino per il fallimento.

Ma la vita reale è molto diversa da quella che scegliamo di mostrare.

È fatta anche di domande rimaste aperte, decisioni difficili, occasioni perdute, incontri che ci cambiano e momenti nei quali dobbiamo rimettere insieme ciò che pensavamo di avere definitivamente sistemato.

Forse dovremmo concederci più spesso il diritto di non essere arrivati.

Perché nessuno di noi è un prodotto finito.

Continuiamo a essere educati dalla vita, dalle persone che incontriamo, dalle esperienze che attraversiamo e persino dagli errori che avremmo voluto evitare.

C’è poi un’altra conseguenza importante del conoscersi: chi impara a riconoscere le proprie fragilità diventa generalmente più prudente nel giudicare quelle degli altri.

Quando comprendiamo quanto sia complessa la nostra storia, diventa più difficile pensare che quella di un’altra persona possa essere racchiusa in un’etichetta, in un comportamento o in una diagnosi.

Dietro ciò che vediamo esiste quasi sempre qualcosa che non conosciamo.

Questo vale nella scuola, nelle famiglie, nei servizi educativi, nei luoghi di lavoro e nelle relazioni quotidiane.

Abbiamo bisogno di recuperare uno sguardo capace di andare oltre la superficie.

Uno sguardo che non cerchi immediatamente ciò che manca, ma provi a riconoscere ciò che c’è. Che non trasformi una difficoltà nell’identità di una persona. Che sappia lasciare spazio alla possibilità del cambiamento.

Forse educare significa anche questo: imparare a vedere.

Vedere l’altro senza pretendere di definirlo completamente.

E imparare, ogni tanto, a rivolgere quello stesso sguardo verso noi stessi.

Non per compiacerci. Non per giudicarci.

Semplicemente per chiederci se, nonostante tutto ciò che abbiamo costruito e tutto ciò che ancora inseguiamo, stiamo continuando a diventare persone capaci di ascoltare, comprendere e avere cura delle relazioni.

È una domanda che non ha una risposta definitiva.

Ed è probabilmente proprio per questo che vale la pena continuare a farsela.

 

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