Pedagogia Viva

Il problema non è chi ha ragione… è che non si costruisce nulla.

A volte ho l’impressione che si parli molto, ma si costruisca poco.

Non perché manchino le idee, né perché manchino le persone.
Ma perché, troppo spesso, ci si ferma prima: nel momento in cui si sceglie da che parte stare.

Da lì in poi, tutto diventa più semplice… e allo stesso tempo più sterile.

C’è una cosa che, più di altre, continua a lasciarmi perplesso nel dibattito pubblico: questa necessità quasi ossessiva di schierarsi, come se tutto dovesse per forza ridursi a una posizione, a una parte, a una linea da difendere.

Eppure, a guardarla bene, è proprio questa logica che finisce per diventare un limite. Non aiuta a capire di più e, soprattutto, non aiuta a costruire meglio. Riduce la complessità, semplifica ciò che semplice non è, e trasforma ogni confronto in una contrapposizione, dove ciò che conta non è trovare una soluzione, ma non perdere terreno.

La realtà, però, è più complicata di così. E forse è proprio per questo che mi torna spesso in mente Aspettando Godot: non tanto per l’attesa in sé, ma per quell’immobilità che si crea mentre si parla, si discute, si cerca un senso, senza però riuscire a fare un passo in avanti.

Perché, a ben vedere, il rischio oggi è proprio questo: confondere il posizionamento con l’azione. Dare per scontato che dichiarare da che parte si sta significhi automaticamente contribuire a qualcosa, quando in realtà, molte volte, è solo un modo per restare fermi, con la sensazione però di essere nel giusto.

In un momento storico come quello che stiamo vivendo, segnato da fragilità e da una crescente sfiducia, continuare a ragionare per blocchi contrapposti non è solo sterile, ma rischia di diventare un alibi. Perché il bene comune non si costruisce contro qualcuno, ma, semmai, insieme a qualcuno. E in questo senso le differenze non rappresentano un ostacolo: se vissute con maturità, diventano una risorsa, perché completano il confronto, lo rafforzano e lo rendono più capace.

Questo, però, richiede uno sforzo che non è scontato. Significa stare dentro il conflitto senza trasformarlo in scontro, essere capaci di criticare senza distruggere, e soprattutto restare dentro le relazioni anche quando sarebbe più facile irrigidirsi sulle proprie posizioni.

Ed è qui che, nella pratica, le cose si complicano. Perché basta fermarsi ad osservare una qualsiasi discussione per accorgersi di quanto sia facile scivolare altrove: due persone che parlano, i toni che si alzano, le parole che si sovrappongono, e a un certo punto diventa chiaro che non si sta più cercando una soluzione, ma si sta semplicemente difendendo il proprio spazio.

Non si discute più del problema, ma della propria posizione. E quando accade questo, tutto si blocca.

Perché costruire, a differenza di quanto spesso si pensa, non è un’operazione neutra. Costruire implica sempre una rinuncia: a una parte di ragione, a una parte di controllo, a volte anche a una parte di orgoglio. E non sempre siamo disposti a farlo.

Si può fare bene ovunque, ed è giusto riconoscerlo. Ma è altrettanto vero che non tutti i contesti hanno lo stesso peso. Ci sono ambiti, e tra questi quelli istituzionali, in cui la responsabilità è più alta e non può essere gestita al minimo. In quei contesti non basta fare il proprio, non basta giustificarsi, non basta richiamarsi agli errori di chi c’era prima. Serve fare di più, e serve farlo meglio, perché le scelte incidono direttamente sulla vita delle persone.

Alla fine, forse, il punto è più semplice di quanto sembri. Non è tanto una questione di appartenenza, né di posizionamento, ma di responsabilità. Di quanto siamo disposti, davvero, a mettere in gioco qualcosa di nostro per costruire qualcosa che non sia solo nostro.

Perché finché restiamo dentro la logica dello scontro, una cosa è certa: non stiamo costruendo nulla.

Non è appartenenza. È responsabilità.

E se c’è qualcosa che dobbiamo davvero fare, è smettere di parlare senza fine e iniziare a fare. Iniziare a concentrarci meno sul baccano e più sulle soluzioni, quelle che richiedono impegno concreto. Perché il rumore di mille voci non ha mai costruito nulla. Il cambiamento avviene nel silenzio di chi agisce, non in quello di chi semplicemente parla.

Il punto è che la responsabilità non è qualcosa da delegare, è un passo che dobbiamo fare in prima persona, senza aspettare che qualcuno lo faccia al posto nostro. Non c’è tempo da perdere, e soprattutto non c’è spazio per chi resta fermo, a giudicare o a cercare un colpevole.

Il limite, quindi, non è quello che gli altri fanno o non fanno. Il limite è quanto siamo disposti noi, in prima persona, a metterci in gioco per fare la differenza. La domanda giusta non è più “chi ha ragione” ma “cosa posso fare adesso?”

Il cambiamento inizia quando smettiamo di aspettare, quando smettiamo di cercare qualcuno da incolpare, e cominciamo a fare la nostra parte, subito.

E allora la vera domanda è: cosa aspettiamo per iniziare davvero?

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