Pedagogia Viva

Le mani che sanno tenere: ciò che resta di una relazione

Raccontare mia nonna e il legame che ci univa è il modo che ho per continuare a tenerla viva, oltre il tempo e oltre l’assenza.

Ci sono relazioni che, anche quando finiscono, in realtà continuano. Restano nei gesti, nelle parole, in certe abitudini che non vanno via. La mia con mia nonna è una di queste.

Ho ancora vivo il ricordo delle nostre parole, semplici, quasi rituali, che hanno reso prezioso ogni momento dell’ultimo periodo. Io dicevo: «Nonnina, amore mio» e lei rispondeva: «Tu sei l’amore mio». Era qualcosa di piccolo, ma bastava. Non c’era bisogno di aggiungere altro.

Forse è proprio da queste cose che si capisce di più una relazione: da ciò che si ripete, da ciò che resta uguale nel tempo.

Anche le sue domande erano così.
Mi chiedeva spesso se lavorassi, se fossi ben sistemato. Tornava sempre su quella domanda. Ogni volta, in fondo, era come ripartire da lì, insieme.

All’inizio poteva sembrare una domanda come tante. Ma col tempo ho capito che dentro c’era molto di più.

Per lei il lavoro contava. E forse è qualcosa che riguarda tutti, anche se cambia il modo in cui gli diamo valore.
Dava dignità, teneva la mente occupata, aiutava a stare in piedi. Era il suo modo di guardare la vita, concreto, senza troppi giri di parole.
Perché il lavoro non era solo fare, ma un modo per costruirsi e non lasciarsi andare.

E, senza accorgermene, quel modo di vedere le cose è rimasto.

Non attraverso discorsi o insegnamenti espliciti, ma attraverso la quotidianità.
Era questo il suo modo di educare: senza costruzioni, senza teorie. Un’educazione che stava dentro le cose, nei gesti quotidiani, in quello che si fa e non solo in quello che si dice.

Oggi mi accorgo che quel modo è diventato anche il mio.
Lo ritrovo nel modo in cui guardo gli altri, nel modo in cui provo a esserci nelle relazioni, senza complicarle troppo.

E forse è per questo che alcuni ricordi tornano con più forza di altri.

Raccontare mia nonna e il legame che ci univa è il modo che ho per continuare a tenerla viva, oltre il tempo e oltre l’assenza.

Ci sono relazioni che, anche quando finiscono, in realtà continuano. Restano nei gesti, nelle parole, in certe abitudini che non vanno via. La mia con mia nonna è una di queste.

Ho ancora vivo il ricordo delle nostre parole, semplici, quasi rituali, che hanno reso prezioso ogni momento dell’ultimo periodo. Io dicevo: «Nonnina, amore mio» e lei rispondeva: «Tu sei l’amore mio». Era qualcosa di piccolo, ma bastava. Non c’era bisogno di aggiungere altro.

Forse è proprio da queste cose che si capisce di più una relazione: da ciò che si ripete, da ciò che resta uguale nel tempo.

Anche le sue domande erano così.
Mi chiedeva spesso se lavorassi, se fossi ben sistemato. Tornava sempre su quella domanda. Ogni volta, in fondo, era come ripartire da lì, insieme.

All’inizio poteva sembrare una domanda come tante. Ma col tempo ho capito che dentro c’era molto di più.

Per lei il lavoro contava. E forse è qualcosa che riguarda tutti, anche se cambia il modo in cui gli diamo valore.
Dava dignità, teneva la mente occupata, aiutava a stare in piedi. Era il suo modo di guardare la vita, concreto, senza troppi giri di parole.
Perché il lavoro non era solo fare, ma un modo per costruirsi e non lasciarsi andare.

E, senza accorgermene, quel modo di vedere le cose è rimasto.

Non attraverso discorsi o insegnamenti espliciti, ma attraverso la quotidianità.
Era questo il suo modo di educare: una educazione concreta, senza costruzioni, senza teorie. Un’educazione che stava dentro le cose, nei gesti quotidiani, in quello che si fa e non solo in quello che si dice.

Oggi mi accorgo che quel modo è diventato anche il mio.
Lo ritrovo nel modo in cui guardo gli altri, nel modo in cui provo a esserci nelle relazioni, senza complicarle troppo.

E forse è per questo che alcuni ricordi tornano con più forza di altri.

Ricordo le sue mani. Le cercava spesso, soprattutto negli ultimi tempi.
Le sue mani nelle mie non erano solo affetto. Erano presenza. Un modo semplice per dire: ci sono.

Non tutte le mani sanno tenere allo stesso modo. Alcune stringono, altre accompagnano. Lei accompagnava. E questa è una cosa che resta.

E insieme a quelle mani, c’era anche il suo sguardo.

Lei aveva un’attenzione particolare per me. Non saprei spiegarla fino in fondo, sono cose che si vivono più di quanto si riesca a dire.
Ma il suo modo di guardarmi… quello sì. Mi faceva impazzire.
In quello sguardo mi sentivo amato, mi sentivo visto, mi sentivo accompagnato.

E forse è proprio lì che sta il punto.

Perché per cucire bene non basta avere le mani, serve prima di tutto lo sguardo.
Uno sguardo che sa osservare, che prende le misure, che capisce senza forzare.

Lei era una sarta. E, senza dirlo, faceva la stessa cosa anche con me.
Cucire richiede attenzione, misura, pazienza. Non puoi forzare, devi rispettare le forme.

Col tempo ho iniziato a vedere un legame tra questo e quello che faccio oggi.
Educare , in fondo, somiglia molto a questo: non adattare l’altro a un modello, ma costruire qualcosa che gli stia addosso davvero. Una educazione su misura, senza forzature.

E poi c’era il suo volto. Le rughe.

Anche lì, col tempo, ho imparato a guardare in modo diverso.
Linee segnate dal tempo, ma piene di vita. Non le ho mai viste come qualcosa da nascondere. Raccontavano, più di tante parole.

Forse è per questo che il distacco, quando arriva, non è mai qualcosa che si può spiegare fino in fondo.

Fa male, questo sì. Non si misura, non si controlla.
Ti porta via qualcosa, ma nello stesso tempo lascia altro.

E quel “restare” non lo capisci subito.

Ci vuole tempo per accorgersi che quel vuoto non è solo assenza.
È pieno di ciò che è stato.

Oggi, se ci penso, quello che mi resta non è qualcosa di preciso da definire.
È più un modo di stare nelle relazioni. Un modo di esserci.

E forse è proprio questo che mi ha lasciato davvero: non delle parole, ma un modo di vivere i legami.

Per questo faccio fatica a pensarla come qualcosa che non c’è più.
Perché, in molte cose, continua a esserci.

Le relazioni , quelle vere, non finiscono. Cambiano posto.

E restano.


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