Competenze educative e scuola: una questione non più rimandabile
L’episodio avvenuto a Trescore Balneario, che ha visto un tredicenne aggredire la propria insegnante, impone una riflessione che non può fermarsi alla cronaca. Più che soffermarsi sul gesto, è necessario interrogarsi sui contesti, sulle dinamiche relazionali e, soprattutto, sulle competenze educative oggi presenti – o assenti – all’interno della scuola.
Nel testo scritto dal ragazzo emergono elementi chiari: una percezione di ingiustizia, vissuti di umiliazione, una difficoltà nella gestione delle emozioni e nella relazione con l’adulto. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere quali strumenti educativi siano stati attivati – e quali invece siano mancati – prima che il disagio si trasformasse in violenza.
In questo senso, appare particolarmente significativo il contributo di Massimiliano Zano, responsabile della comunità per minori “Il Ponte” di Civitavecchia, che in un’intervista evidenzia un punto centrale: «quello degli adolescenti oggi è un mondo veramente complicato» e, proprio per questo, «ci sarebbe bisogno di una figura fissa in ogni istituto scolastico».
La questione non riguarda la buona volontà degli insegnanti, né la loro preparazione disciplinare, che resta fondamentale. Il nodo è un altro: la scuola richiede oggi competenze educative complesse che non sempre fanno parte del percorso formativo docente. Come sottolinea lo stesso Zano, «gli insegnanti sono molto preparati sulle loro materie ma, sugli aspetti educativi e sulla gestione delle emozioni e del gruppo, non hanno una grande preparazione».
Questo scarto tra competenze richieste e competenze disponibili apre uno spazio educativo che non può restare vuoto. È qui che si inserisce la figura dell’educatore, non come sostituto dell’insegnante, ma come professionista complementare.
L’esperienza dell’“educatore di corridoio”, descritta da Zano, rappresenta un modello interessante: una presenza stabile all’interno della scuola, capace di muoversi nei contesti informali, di intercettare segnali precoci di disagio, di facilitare la comunicazione tra studenti e docenti e di intervenire sulla gestione delle dinamiche relazionali.
Non si tratta di introdurre una figura “di supporto” generica, ma di riconoscere la necessità di competenze specifiche: lettura dei comportamenti, gestione dei conflitti, mediazione educativa, lavoro sulle emozioni e costruzione di contesti relazionali sicuri.
Un altro elemento rilevante riguarda il lavoro educativo sulla “riparazione”, che nelle comunità per minori rappresenta una pratica consolidata. Come evidenziato nell’intervista, anche in presenza di comportamenti gravi «si fa di tutto per non far andare via i ragazzi» e si lavora per costruire percorsi di responsabilizzazione. Questo approccio, se adattato al contesto scolastico, potrebbe contribuire a trasformare gli episodi critici in occasioni di apprendimento e crescita.
Alla base di tutto, però, resta un presupposto fondamentale: aiutare i ragazzi a sviluppare competenze di autoregolazione, consapevolezza emotiva e gestione dei vissuti. Senza questi strumenti, il rischio è che il disagio trovi espressioni sempre più disfunzionali.
L’episodio di Trescore Balneario, quindi, non può essere letto come un caso isolato, ma come un segnale sistemico. Indica con chiarezza che la scuola non può più limitarsi alla trasmissione dei saperi, ma deve strutturarsi come contesto educativo complesso, in cui diverse professionalità collaborano per sostenere i processi di crescita.
Investire in competenze educative non è un’opzione, ma una necessità. Significa prevenire, leggere prima, intervenire meglio. Significa, soprattutto, costruire contesti in cui il disagio possa essere riconosciuto e accompagnato, senza dover arrivare a manifestazioni estreme.
Le citazioni riportate sono tratte da un articolo pubblicato su Vita.it nei giorni scorsi.

