I facilitatori della comunicazione come opportunità di lavoro per gli adulti con bisogni comunicativi complessi
Quando pensiamo a un comunicatore, l’immagine che ci viene in mente è quasi sempre quella di un bambino seduto accanto a una logopedista, che impara a toccare un simbolo per chiedere un gioco o un biscotto. È un’immagine vera, ma incompleta. Oggi vorrei proporre di spostare lo sguardo: non più sul bambino che impara, ma sull’adulto che lavora.
Per un adulto con bisogni comunicativi complessi, il comunicatore non è un esercizio da fare in terapia. È lo strumento che gli permette di ricevere un’istruzione, chiedere aiuto, segnalare un problema, dire che ha finito. In una parola, di stare dentro un contesto di lavoro con un ruolo riconosciuto.
La Comunicazione Aumentativa e Alternativa, la CAA, comprende tutti quegli strumenti e quelle strategie che integrano o sostituiscono il linguaggio orale: simboli, immagini, comunicatori con voce, tablet. Riguarda persone molto diverse tra loro, con autismo e poco linguaggio, con disabilità intellettiva, con paralisi cerebrale o afasia. Ciò che le accomuna è che la parola, da sola, non basta per la vita di tutti i giorni. E il lavoro fa parte della vita di tutti i giorni.
Quanto pesa la comunicazione
C’è un dato che, da solo, racconta molto. Un ampio studio statunitense sui giovani adulti autistici ha osservato chi era riuscito ad avere almeno un lavoro retribuito negli anni dopo la scuola. Tra chi aveva buone capacità di conversazione, ci era riuscito quasi il 90%. Tra chi conversava poco o per nulla, solo il 15%. Sei volte di meno. E il quadro peggiora se guardiamo a chi restava escluso sia dal lavoro sia da qualsiasi percorso di formazione: il 7% nel primo gruppo, il 75% nel secondo.
Devo essere onesto su un punto: questo studio misura la capacità di conversare, non l’effetto di un comunicatore. Non ci dice che basta un tablet per cambiare un destino. Ci dice però con chiarezza quanto la comunicazione funzioni come primo filtro di accesso al mondo del lavoro. Ed è proprio a chi resta in quel 15% che la CAA si rivolge.
Anche tra gli adulti che già usano la CAA i numeri sono severi: secondo le ricerche di David McNaughton e colleghi, meno del 5% ha un lavoro a tempo pieno. Eppure, quando si studiano le persone che ce l’hanno fatta, emergono sempre gli stessi tre ingredienti: competenze che il datore di lavoro riconosce come utili, una mansione adatta alla persona, e i supporti giusti. Tra questi supporti, per molti, c’è stato proprio un dispositivo mobile.
Quando manca la parola
C’è poi un secondo aspetto, che chi lavora nei servizi conosce bene. Uno studio condotto su tutta la popolazione adulta con disabilità intellettiva di un territorio ha rilevato che quasi la metà, il 45%, ha difficoltà a esprimersi con la parola. Ma solo il 12% usa un sistema di comunicazione aumentativa. Una persona su otto.
Lo stesso studio mostra che chi non parla, o comprende poco, è più esposto a comportamenti problema: aggressività, autolesionismo, stereotipie. Non è la prova di una causa, ma è un’associazione che conferma ciò che vediamo ogni giorno.
Pensiamo a un uomo che, a metà di un compito lungo e faticoso, si alza di scatto, si agita, magari butta a terra il materiale. Visto da fuori sembra un problema di comportamento. Ma se ci chiediamo a cosa gli serve quel gesto, spesso la risposta è semplice: vuole una pausa. Non ha le parole per chiederla, e la chiede come può. Il comportamento, in questi casi, è una richiesta senza parole.
Cosa ci insegna l’analisi del comportamento
L’analisi applicata del comportamento, l’ABA, ha trasformato questa intuizione in un metodo. Si chiama Functional Communication Training, addestramento alla comunicazione funzionale. Il principio è lineare: prima si capisce a cosa serve un comportamento, poi si insegna alla persona una richiesta che ottiene lo stesso risultato. «Pausa», «Aiuto», «Ho finito». Se ogni volta che la persona usa la richiesta le rispondiamo, il comportamento perde la sua funzione e diminuisce.
Non è una teoria recente. Il primo studio, di Carr e Durand, risale al 1985. Da allora le evidenze si sono accumulate. Una rassegna pubblicata nel 2021 da Ghaemmaghami e Hanley, che ha analizzato 744 applicazioni, riporta che nel 90% dei casi il comportamento problema si riduce di almeno l’80%, e in più della metà scompare del tutto. Un’altra meta-analisi, di Chezan e colleghi, mostra che l’efficacia nel ridurre il comportamento è simile nei bambini e negli adulti. Non è mai troppo tardi per insegnare a chiedere.
C’è però una condizione: il risultato regge nel tempo solo se tutti continuano a rispondere. In un contesto di lavoro questo significa che anche i colleghi e i responsabili devono sapere come leggere quella richiesta e come rispondere.
L’altro strumento che l’ABA mette a disposizione è la task analysis. Si prende una mansione, per esempio sparecchiare e riordinare un tavolo, e la si divide in passi piccoli, osservabili, misurabili: prendere il vassoio, impilare i piatti, raccogliere posate e bicchieri, portare tutto in cucina, pulire il piano, sistemare le sedie. Ogni passo si insegna e si collega al successivo, come gli anelli di una catena. All’inizio l’operatore aiuta molto, poi sempre meno, finché la persona completa da sola almeno il 90% dei passi. A quel punto la competenza è sua.
Lo strumento
Qui entrano in gioco gli strumenti. La ricerca ci dice alcune cose precise. La meta-analisi di Heath e colleghi del 2015 mostra che insegnare a chiedere funziona meglio quando si usa un ausilio, come un tablet o un comunicatore, rispetto ai soli gesti o segni: l’effetto passa da moderato ad ampio. Già nel 1999 Durand aveva osservato che, con un comunicatore dotato di voce, le richieste vengono capite anche da persone che non conoscono chi le fa: è esattamente la situazione di un luogo di lavoro, dove i colleghi non sono operatori formati. Una revisione del 2023, di Stierle e colleghi, su 24 studi, conclude che le sequenze video mostrate su dispositivi portatili aiutano le persone con disabilità intellettiva ad apprendere nuove abilità. E negli adulti autistici che usano la CAA e lavorano, i dispositivi mobili hanno sostenuto la comunicazione e la partecipazione.
Mettendo insieme questi elementi, il quadro è chiaro: serve un ausilio, serve una voce, servono sequenze visive su un dispositivo che la persona possa portare con sé, a casa come sul lavoro. Lo stesso strumento, se pensato bene, permette di comunicare, di imparare la mansione e di lavorare. Non è il dispositivo in sé a fare la differenza, ma il modo in cui viene costruito intorno alla persona e usato ogni giorno da chi le sta accanto.
La nostra esperienza: il pastificio L’Arte dei Primi
Tutto questo, per me, non è solo letteratura scientifica. È ciò che vediamo ogni giorno a San Cataldo, nel pastificio artigianale etico L’Arte dei Primi. È nato con il progetto «Pasta Frolle» e il sostegno del Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo, e oggi è il luogo in cui la cooperativa ConSenso porta il lavoro educativo dentro un contesto produttivo vero. Finora abbiamo attivato sette borse lavoro e, da maggio 2026, il pastificio ospita anche un tirocinio di undici mesi.
L’idea del pastificio è nata da una domanda precisa: cosa possiamo insegnare ai nostri ragazzi che ancora non sanno fare? Con il mio team non siamo partiti da ciò che erano già capaci di fare, ma da ciò che avremmo potuto insegnare loro. Si trattava di guardare alle loro abilità come a potenzialità, e di trasformarle in competenze nuove.
La pasta, in questo, ci ha offerto un vantaggio prezioso. Non richiede lunghi passaggi di lavorazione: in poco tempo si passa dalla farina a un prodotto finito, che si può vedere, toccare, confezionare. I ragazzi ottengono un risultato immediato. Possono constatare subito di aver raggiunto l’obiettivo e, proprio per questo, imparano ad apprezzare lo sforzo che hanno fatto per arrivarci. Per chi ha bisogno di vedere il senso di ciò che fa, questa immediatezza fa la differenza.
La prima scelta è stata trattare il pastificio come un’azienda, non come un laboratorio protetto. La pasta deve essere buona, confezionata bene, venduta. È questa esigenza di qualità che dà senso al lavoro e che fa sentire le persone coinvolte responsabili di qualcosa che conta.
Poi abbiamo applicato ciò che l’analisi del comportamento ci insegna. Ogni fase della produzione, dalla preparazione dell’impasto al confezionamento, è stata scomposta in passi semplici e resa visibile con immagini, così che ciascuno sappia sempre cosa viene prima e cosa viene dopo. Per ogni persona abbiamo cercato l’abbinamento tra le abilità che già aveva e le competenze nuove che poteva acquisire, scegliendo la fase di lavoro su cui costruirle. E abbiamo reso disponibili, nello spazio di lavoro, le richieste che servono davvero: chiedere aiuto, chiedere una pausa, dire che si è finito. L’operatore all’inizio affianca, poi si allontana poco a poco, lasciando spazio all’autonomia.
I risultati li abbiamo visti con i nostri occhi. Alcuni dei nostri ragazzi, perfino quelli che non avevano ancora un sistema di comunicazione, hanno imparato intere fasi di lavorazione. Non è successo per caso: è stato possibile grazie a processi e strategie di insegnamento precisi, e soprattutto alle task analysis sequenziali, in cui ogni attività veniva segmentata in passaggi chiari da apprendere uno dopo l’altro. È la prova di quanto possa fare un insegnamento ben strutturato. Ed è anche ciò che rende ancora più forte la nostra convinzione: se questi ragazzi hanno imparato tanto anche senza un canale comunicativo, quanto potrebbero fare di più avendone uno, per chiedere aiuto, segnalare un problema, dire che hanno finito.
Quanto conta, in numeri, avere o non avere un modo efficace per comunicare? Le ricerche citate in questo articolo, messe una accanto all’altra, danno una risposta abbastanza netta. Sul lavoro, tra i giovani adulti autistici, ha avuto un impiego retribuito quasi il 90% di chi sa comunicare bene, contro il 15% di chi non ci riesce; e resta escluso sia dal lavoro sia dalla formazione il 7% dei primi contro il 75% dei secondi. Sul comportamento, chi non parla o comprende poco ha un rischio di comportamenti problema da due volte e mezzo fino a dodici volte più alto, considerando insieme anche la gravità della disabilità. Quando invece si insegna una richiesta al posto del comportamento, nel 90% dei casi il comportamento problema si riduce di almeno l’80%, e in più della metà scompare. E se quella richiesta passa attraverso un ausilio, un tablet o un comunicatore, l’efficacia dell’intervento è ampia, mentre con i soli gesti è soltanto moderata.
Devo aggiungere una precisazione, per onestà. Non esiste ancora uno studio che segua due gruppi di adulti identici, uno con il comunicatore e uno senza, e ne confronti la riuscita lavorativa. I numeri che ho riportato misurano la capacità di comunicare e l’efficacia degli interventi, non l’effetto di un singolo dispositivo. Ma vanno tutti nella stessa direzione: chi può comunicare ha molte più probabilità di lavorare, impara meglio e ha meno bisogno di esprimersi con il comportamento.
Ciò che ho imparato al pastificio è che il lavoro cambia lo sguardo. Cambia quello della persona su sé stessa, e cambia quello della comunità che entra a comprare la pasta e trova qualcuno che lavora, non qualcuno da assistere. Nella stessa direzione vanno i progetti che abbiamo in programma nella ristorazione e nello street food etico: allargare le occasioni di formazione e di inserimento lavorativo assistito.
Dal pastificio a un modello replicabile
Se c’è un messaggio che vorrei lasciare ai colleghi, soprattutto ai più giovani, è questo: il nostro compito non è soltanto gestire il comportamento, ma costruire una comunicazione capace. Quasi metà delle persone con cui lavoriamo ha bisogno di un canale comunicativo, e solo una su otto ce l’ha. È un divario che possiamo ridurre.
In concreto, significa partire dalla persona e dalla mansione, osservare il luogo di lavoro, costruire un vocabolario fatto di poche parole ma usate ogni giorno, caricare sul dispositivo le sequenze dei compiti, formare i colleghi a leggere e a rispondere, e poi ritirarsi poco a poco, lasciando spazio all’autonomia. Raccogliendo dati, sempre, perché senza costanza i risultati si perdono.
È qui che si colloca il nostro obiettivo più ambizioso. Attraverso l’esperienza lavorativa del pastificio vogliamo raccogliere dati in modo sistematico: quali competenze vengono acquisite, in quanto tempo, con quali strategie di insegnamento e con quale grado di autonomia. Lo faremo su un campione sicuramente piccolo, ma significativo, composto da persone con difficoltà importanti proprio nella sfera della comunicazione. È la nostra sfida: dimostrare, numeri alla mano, che anche chi parte da condizioni comunicative molto compromesse può imparare un lavoro, e misurare quanto l’introduzione di un sistema di comunicazione faccia la differenza.
Non vogliamo che questa esperienza resti chiusa nel nostro laboratorio. Il traguardo è costruire un modello replicabile, che possa essere trasferito in altri contesti e in altri settori lavorativi, e speso anche all’interno di altre attività produttive. Se la pasta ci ha insegnato qualcosa, è che un metodo ben strutturato funziona quando si adatta alla persona; e un metodo che funziona merita di essere condiviso.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità riconosce il diritto di esprimersi anche attraverso forme di comunicazione aumentativa e alternativa, e il diritto di lavorare in un ambiente aperto e inclusivo. Sono due diritti che si tengono per mano. Perché chi può chiedere, rifiutare, segnalare e collaborare può lavorare. E chi lavora ha un posto riconosciuto nella comunità.
Fonti
- Roux A. M. et al. (2015). National Autism Indicators Report: Transition into Young Adulthood. Drexel University. Scheda occupazione
- Bowring D. L. et al. (2017). Challenging behaviours in adults with an intellectual disability: a total population study. British Journal of Clinical Psychology, 56(1). Testo
- Ghaemmaghami M., Hanley G. P. (2021). Functional communication training: from efficacy to effectiveness. Journal of Applied Behavior Analysis. Testo
- Heath A. K. et al. (2015). A meta-analytic review of functional communication training. Review Journal of Autism and Developmental Disorders, 2(2). Sintesi
- Chezan L. C. et al. (2018). A meta-analysis of functional communication training effects. Focus on Autism and Other Developmental Disabilities, 33(4). Sintesi
- Durand V. M. (1999). Functional communication training using assistive devices. Journal of Applied Behavior Analysis, 32. Testo
- Stierle J. et al. (2023). Video prompting and video modeling via portable devices. Advances in Neurodevelopmental Disorders, 7. Testo
- Richardson L., McCoy A., McNaughton D. (2019). “He’s worth the extra work”: employment experiences of adults with ASD who use AAC. Work, 62(2). Testo
- Carr E. G., Durand V. M. (1985). Reducing behavior problems through functional communication training. Journal of Applied Behavior Analysis, 18.
- McNaughton D., Light J., Arnold K. B. (2002). “Getting your wheel in the door”. Augmentative and Alternative Communication, 18.

