Disabilità e Inclusione Relazione Educativa

La montagnaterapia: un sentiero possibile per l’autonomia nelle disabilità complesse

Ci sono percorsi educativi che, se li osservi da fuori, sembrano semplici. Poi li vivi, li attraversi, e capisci che ti stanno cambiando dentro, passo dopo passo.

La montagnaterapia, per me e per il mio team della Cooperativa Consenso, è stata esattamente questo: non solo uno strumento di lavoro, ma un’esperienza che ha trasformato il nostro modo di stare accanto ai ragazzi.

All’inizio, lo ammetto, l’abbiamo avvicinata con curiosità ma anche con una certa cautela. Eravamo abituati a contesti strutturati, a setting definiti, a obiettivi chiari e misurabili. La montagna, invece, ci metteva davanti a qualcosa di diverso: imprevedibilità, tempi non controllabili, variabili che non potevano essere completamente gestite.

Eppure, proprio lì, abbiamo iniziato a vedere qualcosa che nei contesti tradizionali faceva più fatica ad emergere.

Ricordo le prime uscite. Zaini preparati con attenzione, qualche ansia da parte nostra, e nei ragazzi una miscela di curiosità e disorientamento. I primi passi erano incerti, a volte lenti, a volte accompagnati da resistenze. Ma poi, quasi senza accorgercene, qualcosa iniziava a muoversi.

Un ragazzo che normalmente evitava il contatto, a un certo punto si fermava ad aspettare un compagno.
Un altro, che faceva fatica a gestire la frustrazione, riusciva a tollerare una salita più lunga del previsto.
Piccoli segnali, certo. Ma per noi erano enormi.

In quei momenti ho capito che non stavamo semplicemente “facendo un’attività all’aperto”. Stavamo lavorando sull’autonomia, ma in un modo completamente diverso da come lo avevamo sempre fatto.

Perché quando si parla di autismo, soprattutto nelle situazioni più complesse, il rischio è quello di concentrarsi sulle abilità tecniche: cosa sa fare, cosa deve imparare, cosa manca. Ma la vita non è una sequenza di esercizi. La vita è fatta di imprevisti, di adattamenti, di relazioni.

E la montagna, da questo punto di vista, è una maestra straordinaria.

Non puoi fingere. Non puoi saltare i passaggi. Non puoi evitare la fatica.
Se hai sete, devi aver portato l’acqua.
Se sei stanco, devi fermarti e riconoscerlo.
Se sei in gruppo, devi trovare un modo per stare dentro quel gruppo.

E allora succede che preparare uno zaino diventa un esercizio di autonomia.
Scegliere quando fermarsi diventa consapevolezza di sé.
Aspettare un compagno diventa relazione.

E noi, come operatori, ci siamo ritrovati a cambiare postura.

Meno direttivi, meno centrati sulla performance, più presenti.
Abbiamo imparato a osservare senza intervenire subito, a lasciare spazio, a fidarci dei tempi dei ragazzi.

Non è stato semplice. A volte la tentazione di anticipare, di aiutare troppo, era forte. Ma ogni volta che riuscivamo a trattenerci, accadeva qualcosa di importante: il ragazzo trovava una sua strada, magari più lenta, magari diversa, ma autentica.

In questo senso, il nostro ruolo si è trasformato. Non più solo educatori che guidano, ma mediatori che accompagnano. Persone che stanno accanto, pronte a sostenere ma anche capaci di fare un passo indietro.

Con il tempo abbiamo iniziato a dare sempre più struttura a queste esperienze, anche grazie al confronto con realtà come la Società Italiana di Montagnaterapia. È nato così un lavoro più intenzionale, più consapevole, che ha preso forma anche nel progetto “Zaino in spalla”.

Ma la cosa che più mi ha colpito non è stata solo quello che accadeva in montagna. È stato quello che succedeva dopo.

Quando le famiglie iniziavano a raccontarci piccoli cambiamenti:
un figlio che si preparava da solo,
che accettava di aspettare,
che gestiva meglio un momento di difficoltà.

È lì che capisci che l’esperienza ha lasciato un segno. Che non è rimasta confinata a quel sentiero, ma è entrata nella vita quotidiana.

E allora tutto acquista senso.

Oggi, guardando indietro, sento che la montagnaterapia ci ha insegnato qualcosa di fondamentale: che l’educazione non è solo trasmissione di competenze, ma costruzione di esperienze significative.

Ci ha insegnato che l’autonomia non si impone, ma si coltiva.
Che la relazione non si programma, ma si vive.
Che anche nei percorsi più complessi esiste sempre una possibilità, se siamo disposti a cercarla davvero.

La montagna, per noi, è diventata questo:
non un luogo, ma uno spazio educativo.

Uno spazio in cui, passo dopo passo, impariamo — insieme ai ragazzi — cosa significa davvero crescere, affrontare, adattarsi.

E forse, la cosa più vera è che, mentre pensavamo di accompagnare loro, in realtà stavamo cambiando anche noi.

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