“Lasciami sbagliare ancora”: perché proteggere troppo non aiuta a crescere
Vi siete mai chiesti cosa accade quando, per amore o per istinto, evitiamo che un bambino sbagli? Quando, mossi dal desiderio di proteggerlo, ci mettiamo davanti a lui per sistemare le cose al suo posto? Forse lo facciamo per amore, forse per paura… ma che messaggio stiamo trasmettendo davvero?
Immaginiamo una scena semplice: una bambina gioca con la sua bambola preferita. All’improvviso, un braccio si stacca. Si ferma, lo guarda, e corre verso il genitore. Se in quel momento il padre o la madre prendessero in mano il giocattolo, aggiustandolo rapidamente e rassicurandola con un “non ti preoccupare, ci penso io”, invierebbero un messaggio implicito ma potente: “quando qualcosa si rompe, ci sarà sempre qualcun altro a risolverlo per te”.
Questo atteggiamento, seppur dettato dall’amore e dal desiderio di proteggere, priva la bambina di un’occasione preziosa: quella di scoprire la sua capacità di affrontare un piccolo problema e di risolverlo. Se invece il genitore si mettesse accanto a lei, incoraggiandola e guidandola a capire come rimettere il braccio al suo posto, le offrirebbe una delle esperienze più formative e gratificanti che si possano vivere nell’infanzia: la gioia della conquista.
C’è infatti una differenza profonda tra sollievo e gioia. Il sollievo nasce quando qualcuno ci solleva da un peso, ci protegge o ci toglie da una difficoltà. È un sentimento che consola ma non costruisce. La gioia, invece, scaturisce dall’aver compiuto qualcosa con le proprie mani, dall’essere riusciti, contro la paura o il dubbio, a trovare una soluzione. È una sensazione che nutre l’autostima, che diventa mattone dopo mattone la base su cui poggerà la personalità adulta del bambino.
Come scrive Paolo Crepet in Mordere il cielo:
“Educare significa comprendere e far comprendere la differenza tra il sollievo e la gioia.”
E qui entra in gioco un’altra riflessione che spesso mi torna alla mente: l’iperprotezione. Questo atteggiamento, lo ammetto, non lo vedo soltanto nei genitori, ma spesso anche tra i miei colleghi. Nasce dal desiderio di anticipare un intervento prima che l’errore accada, quasi a voler proteggere l’altro dall’esperienza del fallimento. Ma davvero un errore è qualcosa da cui proteggere?
C’è una bellissima canzone di Jovanotti che dice:
“Lasciami sbagliare ancora.”
È proprio nell’errore che si scrive la storia dei nostri apprendimenti. È lì che impariamo, che comprendiamo meglio chi siamo e cosa possiamo fare.
Ricordo, per esempio, quando da bambino, d’estate, mia madre mi metteva i pantaloncini e la prima cosa che mi diceva era: “Stai attento, non correre perché ti fai male”. Io quella frase non la vivevo come un gesto d’amore, ma come un divieto. Un freno. Come se mi dicesse: “Non divertirti troppo, perché potresti cadere”.
Ma l’esperienza del cadere – e del potersi rialzare – è fondamentale. Perché se ci mettiamo davanti ai nostri figli, ai ragazzi che accompagniamo, con l’idea di modificare le cose prima che accadano, li priviamo della possibilità di vivere davvero. Persino quando quell’esperienza è negativa. Persino quando fa male.
Perché è proprio lì, nella ferita e nella sua guarigione, che impariamo il valore di stare bene. È cadendo che si impara la bellezza del rialzarsi.
Questo ci riporta a una grande verità del nostro mestiere di educatori e genitori: cambiare è difficile, decidere di non cambiare è diabolico.
E in questo cammino ci viene in aiuto Maria Montessori, quando ci ricorda:
“I genitori dovrebbero essere affidabili, non perfetti.”
Affidabili perché capaci di esserci, di sostenere, di incoraggiare. Non perfetti, perché l’educazione non richiede modelli irraggiungibili, ma presenze autentiche e consapevoli, capaci di mostrare che nella vita la bellezza sta anche nel processo di riparare ciò che si rompe.

