Linguaggi ed Espressione

Abbiamo bisogno di modelli capaci di costruire

Lo ammetto: il livello che sta raggiungendo una parte del confronto pubblico mi infastidisce. E, ancora di più, mi preoccupa.

Mi preoccupa vedere quanto spazio venga dedicato alla polemica e quanto poco ne rimanga per le idee. Si commenta, si giudica, si cerca l’errore dell’altro, si costruisce la risposta più efficace per metterlo in difficoltà. Ma mentre siamo impegnati a stabilire chi abbia sbagliato di più, una domanda sembra diventare quasi secondaria: qual è la proposta?

Non mi interessa un confronto nel quale tutti debbano pensarla allo stesso modo. Sarebbe persino contrario all’idea stessa di crescita. Il dissenso è necessario, la critica anche. Ma criticare dovrebbe servire ad aprire una strada, non semplicemente a chiuderla agli altri.

Perché valutare il lavoro altrui è relativamente semplice. Evidenziare ciò che non ha funzionato è legittimo e, talvolta, necessario. Ma prima o poi arriva una domanda dalla quale non possiamo sottrarci: tu, cosa proponi? Cosa sei disposto a costruire?

Ed è lì che cambia tutto.

Negli anni ho ricoperto diversi ruoli di responsabilità e una cosa posso dirla con certezza: assumersi la responsabilità delle scelte non è affatto semplice. Da fuori molte soluzioni sembrano evidenti. Quando però sei tu a dover decidere, le cose cambiano.

Bisogna ascoltare, mediare, tenere insieme esigenze differenti. Bisogna fare i conti con le risorse disponibili, con i tempi, con gli imprevisti e soprattutto con le conseguenze delle proprie decisioni. A volte bisogna scegliere sapendo che non esiste una soluzione perfetta. Altre volte bisogna avere l’umiltà di riconoscere che una strada intrapresa non ha prodotto i risultati sperati e avere il coraggio di cambiarla.

È qui che servono lucidità, responsabilità e leadership.

E la leadership, almeno per come la intendo io, non appartiene necessariamente a chi parla di più, a chi alza la voce o a chi riesce a trovare la debolezza dell’avversario. Appartiene a chi riesce ad avere una visione, a indicare una direzione e ad assumersi il peso delle proprie scelte.

È proprio di questo che sento la mancanza: idee lungimiranti, progetti sostenibili, visioni capaci di andare oltre l’immediato.

Abbiamo bisogno di persone che non ci dicano soltanto cosa non funziona, ma che sappiano raccontarci cosa potrebbe funzionare meglio. Persone capaci non soltanto di valutare ciò che altri hanno costruito, ma disposte a mettere sul tavolo le proprie idee e ad assumersi la responsabilità di trasformarle in qualcosa di concreto.

Perché individuare un problema può richiedere pochi minuti. Costruire una soluzione può richiedere anni.

E qui, inevitabilmente, emerge la questione educativa.

Una parte enorme del confronto pubblico avviene oggi sui social. Gli stessi spazi nei quali sono presenti quotidianamente i nostri giovani. Possiamo parlare loro per ore di rispetto, ascolto, responsabilità, cittadinanza e capacità di accogliere un punto di vista differente. Ma poi dobbiamo ricordarci che i ragazzi ci guardano.

E ciò che vedono educa molto più di ciò che diciamo.

Se vedono adulti incapaci di confrontarsi senza trasformare ogni differenza in uno scontro, quale modello stiamo offrendo? Se assistono continuamente alla ricerca dell’errore, della frase da utilizzare contro qualcuno, della debolezza da mettere in evidenza, quale idea di confronto stiamo trasmettendo?

È questo che, oltre a preoccuparmi, mi rattrista profondamente.

Non dobbiamo avere paura del conflitto. Il conflitto può essere generativo. Può obbligarci a mettere in discussione le nostre convinzioni e persino migliorare le nostre idee. Ma perché accada dobbiamo essere disposti ad ascoltare per comprendere, non soltanto per preparare la risposta.

Quando essere contro qualcuno diventa più importante dell’essere a favore di qualcosa, il confronto smette di produrre pensiero.

E una comunità non può vivere soltanto di contrapposizioni.

Ha bisogno di persone che abbiano il coraggio di immaginare, proporre e realizzare. Di chi vede un problema e non si limita a indicarlo, ma prova a cercare una soluzione. Di chi sa criticare, ma è anche disposto a sedersi attorno a un tavolo e assumersi la propria parte di responsabilità.

Forse dovremmo recuperare proprio questo: meno energie impiegate a raccontare perché gli altri hanno sbagliato e più energie dedicate a spiegare cosa vogliamo costruire.

Non significa rinunciare alla critica. Significa renderla utile. Perché una critica senza prospettiva rischia di diventare polemica; una critica accompagnata da un’idea può diventare cambiamento.

Per questo, davanti a tanto rumore, sento sempre più il bisogno di modelli veri. Non perfetti. Credibili.

Persone capaci di avere una visione, di assumersi responsabilità, di sbagliare e correggersi, ma soprattutto di costruire.

E forse, prima di domandarci continuamente cosa abbiano fatto gli altri, dovremmo avere il coraggio di rivolgere la domanda verso noi stessi:

io, con le mie parole, le mie idee, le mie scelte e le responsabilità che mi assumo, cosa sto contribuendo a costruire?

Perché dire cosa non va è facile.

Costruire qualcosa di migliore è tutta un’altra storia.

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