Progetto di Vita

Le radici di un sogno, la responsabilità di un futuro

Trent’anni per continuare a costruire futuro

Ci sono momenti in cui senti il bisogno di fermarti e voltarti indietro. Non per misurare i risultati raggiunti, ma per ritrovare le ragioni che ti hanno spinto a iniziare, soprattutto quando rischiano di restare nascoste sotto il peso delle incombenze quotidiane.

In questi giorni mi è successo proprio questo.

La Compagnia di Sant’Angela Merici ha scelto di rinnovare per altri trent’anni l’affidamento della Tenuta Sant’Angela Merici alla Cooperativa Sociale ConSenso.

Trent’anni.

Pronunciato ad alta voce, è un tempo difficile da contenere. Va ben oltre le persone che oggi guidano questo progetto. Significa poter programmare, consolidare esperienze e, soprattutto, dare continuità a percorsi di vita che non possono dipendere dall’incertezza.

Ho accolto questa notizia con emozione e con il senso di responsabilità che accompagna le decisioni importanti.

Dietro questa opportunità non vedo soltanto la gestione di una struttura. Vedo una storia fatta di persone, di scelte non sempre facili, di sacrifici, di incomprensioni, ma anche di incontri straordinari e di una convinzione che non è mai venuta meno: che un sogno, quando incontra la responsabilità, possa diventare un progetto. E che un progetto, coltivato con perseveranza, possa cambiare concretamente un intero territorio.

Tutto ebbe inizio da una famiglia

Quando ripenso all’origine di questa esperienza, il mio pensiero non va a un edificio, a un finanziamento o a un progetto scritto sulla carta.

Va a una famiglia.

Era il 2004.

Ricordo quell’incontro: la richiesta di aiuto per un figlio con autismo, le domande, le preoccupazioni e la difficoltà di trovare sul territorio risposte adeguate.

Ci sono incontri che attraversano la vita senza lasciare traccia. Altri ne cambiano la direzione. Quello fu uno di questi.

Allora non avevamo piena consapevolezza di ciò che sarebbe nato. Sapevamo soltanto che davanti a noi c’era un bisogno reale, che non poteva essere liquidato con una risposta di circostanza.

Non avevamo tutte le risposte né le risorse necessarie. Avevamo però la disponibilità a metterci in discussione e la convinzione che, per rispondere seriamente a un bisogno, occorresse prima studiarlo e comprenderlo.

Da qui maturò una scelta professionale e deontologica precisa.

Non volevamo costruire un contenitore in cui far confluire indistintamente problematiche differenti. Volevamo investire competenze, energie e risorse in un ambito specifico: l’autismo.

Non perché le altre fragilità fossero meno importanti, ma perché la complessità di questa condizione richiede risposte specialistiche, continuative e realmente personalizzate.

Una scelta che imponeva formazione, confronto scientifico e consapevolezza dei propri limiti. Soprattutto, richiedeva il coraggio di non improvvisare.

Nel tempo ho compreso quanto quella decisione sia stata determinante.

Specializzarsi significa anche rinunciare alla tentazione di rispondere a tutto, per imparare a rispondere bene a bisogni specifici.

Da quella prima famiglia ne sono arrivate altre, con storie differenti, aspettative, paure e domande alle quali cercare di dare risposte.

Quello che inizialmente sembrava il desiderio di poter essere utili a qualcuno cominciava lentamente ad assumere una dimensione più grande.

Non si trattava più soltanto di immaginare un servizio, ma di costruire un’opportunità per tante persone.

La sana follia di alcuni compagni di viaggio

Ripensando agli inizi, non posso fare a meno di sorridere ricordando la dose di sana follia che ci accompagnava.

Una follia condivisa con alcuni compagni di viaggio che hanno avuto il coraggio di guardare oltre ciò che appariva possibile.

Ricordo le idee che prendevano forma quasi per gioco, le ipotesi che a molti sarebbero sembrate irrealizzabili.

E ricordo soprattutto le nostre perlustrazioni alla ricerca di spazi.

Sopralluoghi improvvisati, vere e proprie esplorazioni con una torcia elettrica in mano, tra ambienti abbandonati e stanze vuote.

Chi ci avesse osservati avrebbe probabilmente faticato a capire cosa stessimo cercando.

A essere sinceri, forse non lo sapevamo fino in fondo nemmeno noi.

Sapevamo però che cercavamo un’opportunità.

Dove altri vedevano soltanto spazi da recuperare, noi immaginavamo ragazzi che li abitavano, attività che prendevano vita, famiglie che trovavano risposte.

Era la stagione in cui le idee correvano più veloci delle possibilità.

E credo che proprio quella sana incoscienza sia stata una delle nostre risorse più preziose.

Ci sono progetti che, se valutati esclusivamente sulla base delle risorse disponibili e delle difficoltà prevedibili, probabilmente non vedrebbero mai la luce.

Servono competenza, prudenza e responsabilità. Ma serve anche qualcuno disposto a immaginare ciò che ancora non esiste e a non fermarsi davanti alla prima porta chiusa.

Con quei compagni di viaggio abbiamo condiviso idee, dubbi, entusiasmi, momenti di scoraggiamento e qualche piccola, indimenticabile follia.

Alcuni hanno poi preso strade differenti, ed è naturale che sia così.

Ma ciascuno, in quel momento, ha contribuito a rendere possibile un passaggio della nostra storia.

E a ciascuno va la mia riconoscenza.

Oggi, quando attraverso gli spazi della Tenuta, il pensiero torna spesso a quelle torce accese nel buio.

Erano il nostro modo, forse un po’ folle, di cercare una luce dentro qualcosa che ancora non aveva una forma.

Allora cercavamo un luogo in cui realizzare un sogno.

Oggi abbiamo il compito di custodire un luogo in cui tanti ragazzi possano costruire il proprio futuro.

E se c’è una cosa che non vorrei perdessimo, anche davanti alla complessità delle responsabilità attuali, è proprio quella capacità di continuare a immaginare.

Quando un luogo incontra una visione

L’incontro con la Tenuta Sant’Angela Merici ha segnato un passaggio fondamentale.

Un luogo immerso nella natura, che nel tempo ha assunto un’identità educativa e sociale sempre più definita.

Ma gli spazi, da soli, non bastano.

Un edificio si può ristrutturare, un terreno si può valorizzare, gli ambienti possono essere trasformati e resi funzionali.

Tutto questo, però, acquista senso soltanto quando è al servizio di una visione.

Oggi la Tenuta si sviluppa su circa 800 metri quadrati distribuiti su due livelli, riqualificati anche attraverso interventi di ammodernamento ed efficientamento energetico.

È immersa in un parco di circa sei ettari, con una fattoria e percorsi sensoriali. Ospita ambienti per le attività psicoeducative, laboratori, spazi di socializzazione e percorsi di autonomia, dove natura, quotidianità e relazioni diventano parte integrante dell’esperienza educativa.

Ciò che conta davvero, però, non è soltanto quello che siamo riusciti a realizzare materialmente.

È quello che accade ogni giorno all’interno di questi spazi.

Le conquiste quotidiane dei ragazzi, le competenze che si consolidano, le autonomie che sembravano lontane, le famiglie che riescono finalmente a immaginare prospettive diverse.

Sono esperienze che spesso non fanno rumore, non finiscono sui giornali e non vengono raccontate pubblicamente, ma che possono cambiare profondamente la quotidianità di una persona e della sua famiglia.

Un luogo diventa importante non per ciò che possiede, ma per ciò che riesce a generare nella vita delle persone.

Per questo il rinnovo dell’affidamento ha un valore che va ben oltre l’aspetto patrimoniale o gestionale.

Alla Compagnia di Sant’Angela Merici va la mia profonda gratitudine per aver riconosciuto nel nostro percorso una risposta concreta a un bisogno sociale.

Non considero questa scelta soltanto un atto di fiducia, ma il riconoscimento di una storia e l’affidamento di un impegno ancora più grande.

Scegliere di sostenere un progetto per altri trent’anni significa credere che ciò che è stato costruito meriti di crescere anche oltre le persone che oggi ne sono protagoniste.

La parte del sogno che nessuno vede

C’è una dimensione di questo percorso che raramente trova spazio nei racconti pubblici.

È quella delle difficoltà.

I dubbi che accompagnano certe decisioni, le responsabilità che si accumulano, le giornate in cui ogni questione sembra richiedere una risposta immediata e qualcosa resta inevitabilmente incompiuto.

Più volte mi sono trovato davanti a situazioni che ho percepito più grandi di me, e non ho difficoltà ad ammetterlo.

Ci sono stati momenti in cui la stanchezza ha lasciato spazio allo scoraggiamento.

Quando un progetto cresce, non aumentano soltanto le opportunità.

Crescono anche le responsabilità verso le persone, le aspettative delle famiglie, gli impegni nei confronti dei professionisti e la consapevolezza che ogni decisione può incidere concretamente sulla vita degli altri.

Ho imparato che la responsabilità non coincide con l’assenza di paura o di scoraggiamento.

Coincide, piuttosto, con la capacità di non lasciare che siano questi sentimenti a decidere al posto nostro.

Poi, quasi inaspettatamente, accade qualcosa.

Un ragazzo raggiunge un’autonomia che sembrava impossibile. Una famiglia racconta un piccolo cambiamento nella propria quotidianità. Un collaboratore trova una soluzione che non avevi immaginato. Una persona sceglie di sostenere il progetto senza chiedere nulla in cambio.

Le difficoltà non scompaiono, ma tornano a far parte di un percorso che vale la pena affrontare.

Sarebbe poco autentico, però, tacere un’altra fatica: quella delle incomprensioni.

Alcune sono nate da punti di vista differenti, altre da aspettative non coincidenti, altre ancora dalla difficoltà di comprendere il senso di certe scelte.

In alcune circostanze mi hanno amareggiato, soprattutto perché riguardavano un percorso nato per offrire risposte a famiglie che per troppo tempo non ne avevano avute.

Il tempo, tuttavia, mi ha insegnato a guardare anche queste esperienze con maggiore equilibrio.

La bontà di un’intenzione non ci mette al riparo dalle critiche, né garantisce che ogni scelta venga compresa.

Non tutte le critiche sono ingiuste e non tutte le incomprensioni nascono da cattiva volontà.

A volte siamo noi a non riuscire a comunicare adeguatamente la complessità di ciò che facciamo. Altre volte bisogna semplicemente accettare che non tutto possa essere compreso immediatamente.

Ho imparato anche che non possiamo affidare la solidità delle nostre convinzioni al consenso degli altri.

Dobbiamo cercarne la coerenza nei comportamenti, nelle scelte e nei risultati.

Questo non significa chiudersi al confronto, ma preservarne il valore, riconoscendo che anche le osservazioni più difficili possono rappresentare occasioni di crescita.

Forse è proprio questo uno degli esercizi più impegnativi: continuare a costruire anche quando ci si sente fraintesi, senza perdere il rispetto per le persone e senza rinunciare ai propri principi.

Le persone che rendono possibile il progetto

Se dovessi indicare l’aspetto più straordinario di questa esperienza, parlerei delle persone.

Professionisti, educatori, famiglie, imprenditori, consulenti, tecnici, rappresentanti istituzionali e persone che, anche attraverso un piccolo gesto, hanno contribuito a rendere possibile un passaggio importante.

Alcuni condividono pienamente la visione del progetto.

Altri contribuiscono magari senza vedere ogni giorno l’intero disegno, eppure ne sono parte: con una competenza, una disponibilità, un suggerimento, una scelta di fiducia.

Penso spesso a quante persone, impegnate in attività apparentemente lontane tra loro, stiano costruendo insieme qualcosa che le supera.

Ed è proprio questa consapevolezza che, negli anni, ha modificato anche il mio modo di guardare alle responsabilità.

Un progetto come questo non appartiene soltanto a chi lo ha immaginato.

Appartiene anche a chi, giorno dopo giorno, lo rende possibile.

E chi ha il compito di custodirne la visione ha un dovere in più verso queste persone.

Quando qualcuno affida a un progetto il proprio lavoro, il proprio tempo, le proprie competenze o la propria fiducia, dobbiamo sentirci responsabili anche del significato che quel contributo assume all’interno di un percorso collettivo.

Oggi ConSenso è una realtà strutturata, con competenze specialistiche, servizi educativi e terapeutici, interventi per l’autonomia, attività rivolte alle famiglie e percorsi di inclusione sociale.

Una crescita che si esprime anche attraverso nuove progettualità, come Obiettivo Casa, il percorso residenziale per giovani adulti con autismo sostenuto insieme a I Bambini delle Fate e a numerosi imprenditori del territorio.

Un progetto che rappresenta una delle sfide più importanti che abbiamo scelto di affrontare, perché guarda a una dimensione della vita che per molte famiglie continua a essere accompagnata da preoccupazioni e incertezze: quella del futuro dei propri figli.

Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile attraverso l’impegno di una sola persona.

Un’intuizione può essere individuale, ma per trasformarla in cambiamento serve una responsabilità condivisa.

Trent’anni non sono un traguardo, ma una responsabilità

Non considero questo momento un punto di arrivo.

È piuttosto l’inizio di una fase ancora più impegnativa, nella quale saremo chiamati a consolidare ciò che abbiamo costruito e, contemporaneamente, a immaginare nuove risposte.

La continuità dei servizi, la sostenibilità economica, le opportunità educative e occupazionali, il consolidamento dei percorsi di autonomia e l’attenzione ai bisogni delle persone adulte con autismo rappresentano alcune delle sfide che ci attendono.

Penso soprattutto al Progetto di Vita.

Per troppo tempo gli interventi rivolti alle persone con disabilità sono stati pensati come una successione di prestazioni, spesso scollegate tra loro e concentrate soltanto su alcune fasi dell’esistenza.

Oggi anche la normativa indica una direzione diversa.

Il D.Lgs. 62/2024, in attuazione della legge delega 227/2021, ha introdotto una nuova disciplina del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, ponendo al centro desideri, aspettative, preferenze e scelte della persona con disabilità.

È un cambiamento che richiede anche una profonda riflessione culturale ed educativa.

La vita di una persona non può essere frammentata in singoli servizi.

Una persona cresce, cambia, sviluppa desideri e aspirazioni. Ha diritto a immaginare un futuro e a essere accompagnata nello sviluppo delle autonomie, nel lavoro, nelle relazioni e nei percorsi abitativi coerenti con le proprie preferenze e con la propria autodeterminazione.

In fondo, è proprio questo il significato più profondo del nostro lavoro educativo: non sostituirci alle persone nelle loro scelte, ma costruire insieme a loro le condizioni affinché possano esprimere capacità, desideri e aspirazioni.

Un progetto educativo acquista valore quando riesce a generare possibilità di vita, anche al di fuori dei luoghi in cui è nato.

In questa prospettiva si inseriscono le nuove sfide di ConSenso.

Il progetto residenziale Obiettivo Casa, i percorsi di formazione e inserimento lavorativo e le future opportunità nel settore della ristorazione.

Non si tratta semplicemente di moltiplicare le attività, ma di dare loro una direzione comune, affinché ciascuna esperienza possa diventare parte di un progetto di vita più ampio.

Non immaginiamo un luogo in cui le persone trascorrano semplicemente il proprio tempo.

Immaginiamo un contesto in cui possano vivere esperienze significative, sviluppare competenze, costruire relazioni e sperimentare nuove possibilità di autonomia.

Perché il senso di un intervento educativo non dovrebbe esaurirsi nella qualità delle attività proposte, ma trovare la propria espressione più autentica nelle opportunità che quelle esperienze riescono ad aprire nella vita quotidiana.

Serviranno nuove alleanze, investimenti, competenze e una collaborazione sempre più concreta con le istituzioni.

E servirà la capacità di affrontare le criticità che inevitabilmente emergeranno, nella consapevolezza che ogni processo di crescita porta con sé cambiamenti, adattamenti e nuove responsabilità.

Ciò che ha radici profonde rimane

In questi anni ho imparato a guardare con maggiore serenità anche i momenti di instabilità.

Cambiano le persone, le condizioni, le necessità.

Ciò che ieri appariva stabile oggi può diventare incerto.

Ma non tutto ciò che vacilla è destinato a cadere, e non tutto ciò che cambia rappresenta necessariamente una perdita.

La vera sfida è imparare a distinguere ciò che deve cambiare da ciò che merita di essere custodito.

Qui torno spesso con il pensiero alle radici.

Non si vedono, non hanno la bellezza dei fiori e non offrono la soddisfazione immediata dei frutti.

Eppure sono ciò che tiene in piedi un albero.

E più crescono i rami, più le radici devono essere profonde.

Le radici di ConSenso sono quella prima famiglia che chiedeva aiuto, le scelte professionali compiute, le competenze costruite, i sacrifici affrontati e le persone che hanno creduto in questo percorso quando non esistevano certezze.

Sono i nostri ragazzi, che ogni giorno ci ricordano il senso del nostro impegno.

Sono le famiglie che hanno scelto di condividere con noi preoccupazioni, speranze e aspettative.

Sono i professionisti che, attraverso il proprio lavoro, contribuiscono quotidianamente a trasformare principi e intenzioni in esperienze concrete.

E sono anche gli errori, le difficoltà e le incomprensioni, che ci hanno costretto a interrogarci, a rivedere alcune scelte e a diventare più consapevoli.

Perché le radici non sono fatte soltanto di ciò che abbiamo realizzato, ma anche di tutto ciò che abbiamo attraversato per riuscire a farlo.

E forse la solidità di un progetto non si misura dall’assenza di difficoltà, ma dalla capacità di attraversarle senza perdere la propria identità.

Il privilegio di poter continuare

Se ripenso a quella famiglia incontrata nel 2004, provo una sensazione difficile da descrivere.

Allora non potevamo immaginare ciò che sarebbe nato.

Non conoscevamo le persone che avremmo incontrato, le difficoltà che avremmo affrontato, le opportunità che saremmo riusciti a costruire.

Avevamo soltanto una convinzione: che davanti a un bisogno reale non fosse sufficiente fermarsi a ciò che esisteva, ma fosse necessario provare a immaginare ciò che ancora mancava.

Oggi, dopo tanti anni, quella convinzione è rimasta intatta.

Sono cambiate molte cose.

Sono cambiate le persone, le responsabilità, le dimensioni del progetto.

Abbiamo attraversato momenti di entusiasmo e altri di profonda incertezza. Abbiamo commesso errori, imparato, affrontato difficoltà che talvolta sembravano insuperabili.

Ma abbiamo anche avuto il privilegio di incontrare persone straordinarie, capaci di credere in qualcosa che, almeno inizialmente, esisteva soltanto nella nostra immaginazione.

A tutte loro va la mia riconoscenza.

Alla Compagnia di Sant’Angela Merici, che ha scelto di rinnovare la propria fiducia per altri trent’anni, va una gratitudine particolare.

È una scelta che ci consegna una responsabilità enorme, ma anche la possibilità di guardare al futuro con una prospettiva che raramente viene concessa a chi costruisce progetti sociali.

Alle famiglie, che continuano ad affidarci una parte così importante della loro vita, va il mio pensiero più sincero.

E ai nostri ragazzi, che rappresentano la ragione più autentica di questo percorso, dobbiamo qualcosa che va oltre le parole: l’impegno a non smettere di cercare nuove possibilità.

Non so quali sfide ci attendano, né quali persone continueranno ad accompagnarci lungo questo cammino.

So, però, che un progetto diventa davvero importante quando riesce ad andare oltre chi lo ha immaginato, quando non dipende più soltanto dalla volontà di qualcuno, ma diventa patrimonio di una comunità.

Agli inizi vedevamo soprattutto ciò che avremmo potuto costruire.

Oggi comprendiamo anche il valore di ciò che abbiamo il dovere di custodire.

E forse è proprio questa la differenza tra un sogno e un progetto che ha trovato le proprie radici.

Le stagioni cambieranno. Qualche ramo potrà piegarsi, altri cresceranno e nuovi germogli troveranno spazio. Ma ciò che ha radici profonde continuerà a vivere.

E noi, di radici profonde, ne abbiamo tante.

Progetto di Vita

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