Il Decreto Legislativo 62/2024, prima ancora di essere una norma, è un invito. Un invito a cambiare sguardo sulla disabilità. Non ci chiede soltanto di aggiornare procedure o compilare nuovi documenti, ma di ripensare il modo in cui accompagniamo le persone – bambini, ragazzi, adulti – lungo il loro percorso di vita.
Per molto tempo la disabilità è stata letta quasi esclusivamente come un problema della persona: ciò che manca, ciò che non funziona, ciò che deve essere corretto o compensato. Oggi, invece, siamo chiamati a porci domande diverse. Non più “che cosa non va?”, ma “quali ostacoli incontra?”, “quali risorse ha?”, “di cosa ha bisogno per partecipare davvero?”. È uno spostamento sottile, ma profondo. Perché cambia anche il modo di educare: non si tratta più di aggiustare qualcuno, ma di costruire contesti in cui ciascuno possa trovare il proprio modo di stare nel mondo.
Dentro questo cambio di prospettiva si inseriscono due parole chiave del decreto: progetto di vita e valutazione multidimensionale. Espressioni che possono sembrare tecniche, ma che in realtà parlano di vita concreta, quotidiana.
Il progetto di vita, ad esempio, non è un documento da compilare. Non è l’ennesima carta destinata a restare in un cassetto. È, piuttosto, una storia che prende forma nel tempo. La storia di una persona che prova a immaginare il proprio presente e il proprio futuro insieme a chi le sta accanto. È “di vita” perché riguarda tutto: la scuola, il lavoro, le relazioni, l’abitare, il tempo libero, la partecipazione alla comunità. Ed è “individuale e partecipato” perché non viene scritto dall’alto, ma costruito insieme, con la persona al centro.
Dal punto di vista pedagogico, possiamo immaginarlo come un curricolo esistenziale. Non una sequenza rigida di tappe, ma una direzione di senso che accompagna le diverse fasi della crescita. Questo richiede agli adulti un doppio movimento: fare un passo indietro nel decidere al posto dell’altro e, allo stesso tempo, fare un passo avanti nel creare le condizioni perché quella persona possa scegliere, sperimentare, anche cambiare idea. In altre parole, si passa dal “fare per” al “progettare con”.
Ma tutto questo, concretamente, come si costruisce? Qui entra in gioco la valutazione multidimensionale. Anche qui, dietro un termine apparentemente complesso, c’è un’idea molto semplice: per progettare bene bisogna conoscere davvero la persona, e per farlo bisogna guardarla da più punti di vista. Non basta una diagnosi, non basta un test. Serve mettere insieme gli aspetti di salute, le dimensioni cognitive ed emotive, le abilità quotidiane, le esperienze scolastiche e lavorative, il contesto familiare e le opportunità offerte dal territorio. E, soprattutto, serve ascoltare.
Pensiamo, ad esempio, a Marco, un bambino di dieci anni nello spettro dell’autismo. Per molto tempo il suo percorso è stato costruito intorno alla diagnosi: obiettivi scolastici ridotti, qualche intervento individuale, ore di sostegno. Con il progetto di vita, però, lo sguardo cambia. Si prova a mettere insieme i pezzi: la scuola che utilizza strumenti di comunicazione anche in classe e non solo nei momenti “dedicati”; un laboratorio con gli animali nel pomeriggio, perché lì Marco si attiva e sta bene; piccoli percorsi di autonomia costruiti insieme ai genitori. Non si tratta di aggiungere attività, ma di dare coerenza alle esperienze, costruendo un percorso che abbia senso per lui.
Oppure pensiamo a Sara, sedici anni, in un istituto professionale. Quando parla del suo futuro è molto chiara: vorrebbe fare un lavoro pratico. In un approccio tradizionale, l’attenzione resterebbe centrata su verifiche, voti, promozioni. Il progetto di vita, invece, cambia la prospettiva. La domanda diventa: cosa succederà dopo la scuola? E allora la valutazione non si limita alle competenze scolastiche, ma guarda anche alle abilità sociali, all’autonomia negli spostamenti, alla resistenza alla fatica, alle opportunità del territorio. Il percorso si orienta verso tirocini mirati, esperienze significative, contatti concreti con il mondo del lavoro già durante gli anni scolastici. La scuola smette di lavorare solo per l’oggi e inizia a costruire il domani.
E poi c’è Luca, venticinque anni, che vive ancora con i genitori e sente che la sua vita si è in qualche modo fermata. Ha una disabilità motoria, ma possiede buone competenze digitali. Per anni è rimasto tra casa e centro diurno. Anche per lui il progetto di vita può riaprire possibilità. Non perché cancelli le difficoltà, ma perché cambia il punto di partenza: non più ciò che non può fare, ma ciò che sa fare e ciò che desidera. Da lì possono nascere nuove strade: un corso, un tirocinio a distanza, un’esperienza di maggiore autonomia. Non è una promessa facile, ma è un modo concreto per dire che il percorso di una persona non è mai definitivamente chiuso.
In tutte queste situazioni emerge un elemento comune: la persona non è solo portatrice di bisogni, ma anche di desideri, competenze, possibilità. La valutazione multidimensionale, allora, diventa qualcosa di più di un passaggio tecnico. È un momento in cui si prova a leggere la vita di qualcuno nella sua complessità. E il modo in cui lo facciamo conta: le parole che usiamo, il tempo che dedichiamo all’ascolto, le domande che poniamo possono fare la differenza tra sentirsi etichettati o riconosciuti.
Anche la famiglia, in questo scenario, cambia posizione. Non è più chiamata semplicemente a firmare decisioni prese da altri, ma a partecipare a un processo di co-progettazione. È un ruolo impegnativo, perché porta con sé dubbi, paure, responsabilità. Ma può diventare anche uno spazio di condivisione, in cui non si è più soli a immaginare il futuro. Gli educatori, in questo, hanno un compito delicato: accompagnare senza sostituirsi, sostenere senza imporre, aiutare a vedere possibilità senza negare i limiti.
Alla fine, il messaggio che attraversa il Decreto 62/2024 è tanto semplice quanto radicale: ogni persona ha diritto a un progetto di vita. Non perfetto, non lineare, ma autentico. Un progetto che tenga insieme i diversi pezzi dell’esistenza e che riconosca la persona nella sua interezza.
La vera sfida, allora, non è applicare una norma.
È scegliere se trasformarla in un adempimento… oppure in un’occasione educativa reale.

