Pedagogia Viva

“Ci credo” – ciò che mi tiene in cammino

A volte non è facile sognare nel contesto in cui mi trovo. Ci sono giorni in cui la realtà sembra più forte delle idee, in cui i limiti del sistema, la fatica quotidiana e le resistenze invisibili rischiano di spegnere anche le intuizioni più profonde.

 

In questi momenti sognare smette di essere qualcosa di naturale e diventa una scelta, una scelta controcorrente. E ancora più difficile è restare fedeli a ciò che si è sognato, senza tradirlo quando le cose non funzionano e senza ridimensionarlo per adattarlo a ciò che è più comodo.

 

È proprio lì che prende forma quella parola che mi accompagna ogni giorno: ci credo. Non è uno slogan, ma una posizione, un modo di stare dentro ciò che faccio e dentro le relazioni che vivo.

 

Il ci credo è la forza che spinge oltre le difficoltà: non solo per non restare indietro, ma per continuare a costruire senso proprio quando tutto sembra rallentare o diventare più complesso. Mi accompagna quando la strada è incerta, quando i risultati tardano ad arrivare e quando il lavoro si fa più pesante, soprattutto perché il nostro è un lavoro che spesso si sviluppa su strade non battute, che richiedono esposizione, fatica e la capacità di guardare oltre ciò che è immediatamente visibile.

 

In questo cammino ho capito che non basta credere in ciò che sogno, perché se fosse solo questo resterebbe una direzione individuale: un orizzonte visto con i miei occhi, limitato al mio punto di vista.

 

Per questo ho imparato a credere anche in chi mi sta accanto. Credere negli altri, tanto quanto nei propri sogni, significa permettere a un’idea di crescere, di chiarirsi e di diventare reale attraverso uno sguardo condiviso. Senza questo passaggio, il rischio è che il “ci credo” si trasformi in chiusura, in presunzione, in un’affermazione che non lascia spazio all’incontro.

 

Per me, invece, credere è profondamente legato alla relazione: significa fidarsi, lasciarsi attraversare dall’altro, accogliere punti di vista diversi e costruire insieme un percorso che nessuno potrebbe sostenere da solo.

 

Credere significa anche assumersi una responsabilità che non può essere individuale. Un percorso educativo non si costruisce in solitudine, perché richiede la presenza, il contributo e la corresponsabilità di più persone. Per questo credo nel sogno, nell’impegno e nella responsabilità, ma nella stessa misura credo nelle persone: in chi lavora accanto a me, in chi condivide la fatica, ma anche, e soprattutto, in chi è destinatario del nostro agire educativo.

 

È un movimento che ritorna continuamente tra me e gli altri, tra ciò che credo e le persone in cui scelgo di credere.
Il senso nasce proprio da questo equilibrio, da questa reciprocità che tiene insieme il percorso.
Quando viene meno, tutto rischia di trasformarsi in uno sforzo individuale, in un’esibizione o in una forma di arroganza che allontana invece di avvicinare.

 

Per questo, più che di insieme, mi piace parlare di comunità. Una comunità non è semplicemente un gruppo di persone, ma uno spazio in cui ciascuno sceglie di credere nell’altro, contribuendo a costruire qualcosa che supera il singolo.

 

Nel lavoro educativo, soprattutto con i ragazzi nello spettro autistico, questa dimensione diventa ancora più evidente. I tempi non sono quelli che il mondo si aspetta, i risultati non sono sempre immediatamente visibili e ciò che si costruisce spesso è silenzioso, ma non per questo meno reale.

 

È in questo spazio che il ci credo diventa una scelta quotidiana e, allo stesso tempo, un atto etico: restare, dare tempo, continuare a cercare possibilità anche quando non sono evidenti.

 

Alla fine, ciò che rimane è una consapevolezza semplice ma profonda: ne vale la pena. Vale la pena la fatica, vale la pena l’attesa, vale la pena continuare, perché ogni volta che scegli di credere stai già costruendo qualcosa.

 

E anche se non si vede subito, esiste. E cresce.

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