La libertà di scegliere: il primo passo verso l’autodeterminazione
Ci sono domande che, nel mio lavoro, ritornano spesso.
«Ma è in grado di decidere?»
«Forse è meglio scegliere noi per lui?»
Sono frasi che ho ascoltato tante volte, pronunciate da genitori, professionisti e, a volte, anche da chi opera nel mondo della disabilità con le migliori intenzioni. Eppure, ogni volta, mi fermo a riflettere. Perché dietro queste parole si nasconde una delle sfide educative e culturali più importanti del nostro tempo: riconoscere alle persone con disabilità il diritto di scegliere e di autodeterminarsi.
L’autodeterminazione non è una teoria e nemmeno un concetto astratto. È qualcosa che incontro ogni giorno negli sguardi dei ragazzi con cui lavoro. È il desiderio di decidere cosa fare durante la giornata, di scegliere con chi trascorrere il proprio tempo, di esprimere un “sì” o un “no”, di immaginare il proprio futuro.
Spesso, però, siamo noi adulti a fare più fatica.
La disabilità, ancora oggi, viene talvolta associata all’incapacità di comprendere i propri bisogni. Da questa convinzione nasce un atteggiamento apparentemente protettivo: si pensa che chi necessita di maggiori supporti non sia in grado di prendere decisioni e che, quindi, qualcuno debba scegliere al suo posto.
Ma il bisogno di sostegni non coincide con l’incapacità di scegliere.
Una persona con disabilità non smette di avere desideri, aspirazioni, preferenze e bisogni solo perché necessita di maggiori supporti o vive una condizione di particolare complessità. Forse li esprime in modo diverso. Forse ha bisogno di più tempo. Forse necessita di strumenti, facilitazioni o persone capaci di ascoltare con maggiore attenzione. Ma questo non significa che non abbia una volontà.
La ricerca scientifica conferma questa intuizione.
Uno studio di Wehmeyer e Metzler, condotto su oltre 4.500 persone con disabilità intellettiva negli Stati Uniti, ha evidenziato come le opportunità di scelta fossero estremamente limitate in quasi ogni aspetto della vita: da dove vivere a dove lavorare, da cosa mangiare a come trascorrere il tempo libero.
Successivamente, Wehmeyer e Bolding hanno dimostrato che le persone che vivevano in ambienti più inclusivi e meno restrittivi presentavano livelli significativamente più elevati di autodeterminazione e di soddisfazione per la propria vita. Ancora più interessante è il fatto che, quando le stesse persone si sono trasferite da contesti istituzionali ad ambienti comunitari integrati, si sono registrati miglioramenti significativi nella loro capacità di autodeterminarsi.
In altre parole, non è la disabilità a limitare la possibilità di scegliere. Molto spesso è l’ambiente a non offrire le occasioni per farlo.
Uno studio di Vicente e colleghi, pubblicato nel 2020 e condotto su 541 persone con disabilità intellettiva, è arrivato a una conclusione ancora più forte: il livello di disabilità non è il fattore determinante dell’autodeterminazione. Ciò che conta davvero sono le opportunità offerte dal contesto di vita, dalla famiglia, dalla comunità e dai servizi.
I ricercatori hanno scoperto che la relazione tra livello di funzionamento e autodeterminazione diventa praticamente irrilevante quando si considerano le opportunità messe a disposizione dall’ambiente.
È un risultato straordinario.
Significa che anche persone con disabilità molto severe possono esprimere alti livelli di autodeterminazione se vivono in contesti che offrono scelte concrete, supporti adeguati e rispetto per le loro preferenze.
Ma davanti a una disabilità grave, possiamo davvero dire la stessa cosa?
La risposta della ricerca è sì. Anzi, forse è proprio lì che l’autodeterminazione assume il suo significato più profondo.
Persone con disabilità intellettiva e multipla grave possono esprimere preferenze, compiere scelte e partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita.
Il punto non è se siano in grado di scegliere.
Il punto è come esprimono quella scelta.
Forse non attraverso le parole.
Forse attraverso uno sguardo che si posa su un oggetto, il rifiuto di un cibo, la tensione del corpo quando vengono spostate senza essere coinvolte, oppure il rilassamento che compare quando qualcuno attende il loro segnale prima di agire.
La differenza non sta nella capacità di scegliere.
Sta nella nostra capacità di riconoscere quella scelta.
E questo richiede più tempo, più attenzione e, soprattutto, più umiltà.
La buona notizia è che la capacità di scegliere si può insegnare e sviluppare.
Le ricerche dimostrano che interventi mirati, come l’autorappresentanza, la definizione degli obiettivi, la risoluzione dei problemi e il processo decisionale, favoriscono significativamente lo sviluppo dell’autodeterminazione.
Anche nelle persone con pluridisabilità severe è possibile promuovere competenze di autogestione e di scelta, purché gli interventi siano adeguatamente strutturati.
Un dato particolarmente interessante arriva da uno studio qualitativo pubblicato nel 2025, che ha evidenziato una relazione inversa tra autodeterminazione e comportamenti che sfidano.
Quando i bambini hanno maggiori opportunità di esprimere le proprie preferenze e di perseguire i propri obiettivi, i comportamenti problematici diminuiscono. Al contrario, quando le loro iniziative vengono continuamente interrotte o sostituite dalle decisioni degli altri, aumenta il rischio di frustrazione e di comportamenti oppositivi.
Questo ci suggerisce qualcosa di molto profondo: molti comportamenti che definiamo “problema” sono, in realtà, il tentativo di riprendersi una parte di controllo sulla propria vita.
In questi anni ho imparato che i nostri ragazzi ci sorprendono proprio quando smettiamo di decidere per loro e iniziamo a costruire insieme a loro.
Ho conosciuto ragazzi che sembravano non avere preferenze e che, invece, una volta messe a disposizione occasioni concrete di scelta, hanno iniziato a manifestare desideri, interessi, passioni e perfino sogni.
Perché la capacità di scegliere si educa.
Nessuno nasce sapendo prendere decisioni.
Tutti impariamo attraverso le esperienze, gli errori e le opportunità che qualcuno ci offre.
Perché allora dovremmo negare questa possibilità proprio alle persone con disabilità?
L’autodeterminazione non significa lasciare una persona sola davanti alle proprie decisioni.
Significa accompagnarla, sostenerla e offrirle gli strumenti necessari affinché possa essere protagonista della propria vita.
Significa passare dal:
«Decido per te»
al
«Ti aiuto a decidere».
È una differenza enorme.
Perché il rischio più grande è quello di confondere i nostri bisogni con i loro.
A volte scegliamo per i ragazzi perché abbiamo paura che soffrano, che sbaglino o che incontrino difficoltà. Altre volte per comodità, perché decidere al posto loro richiede meno tempo. Altre ancora perché siamo convinti di sapere cosa sia meglio.
Ma la vita appartiene a loro.
E il Progetto di Vita, oggi al centro di un importante cambiamento culturale e normativo, non può esistere senza libertà di scelta.
Un progetto costruito esclusivamente dalle famiglie, dai servizi o dai professionisti rischia di diventare un progetto organizzativo, non un autentico progetto di vita.
L’autodeterminazione ci chiede uno sforzo diverso: fermarci, ascoltare, osservare e avere l’umiltà di riconoscere che anche una persona con una grave disabilità può esprimere un desiderio, una preferenza, un bisogno.
Forse non sempre attraverso le parole.
Ma certamente attraverso il proprio modo di stare al mondo.
Credo che una delle forme più alte di educazione sia proprio questa: restituire alle persone il diritto di essere protagoniste della propria esistenza.
Perché la dignità passa anche dalla possibilità di scegliere.
E ogni volta che permettiamo a un ragazzo di dire:
«Questo lo voglio»
oppure
«Questo non mi piace»
stiamo facendo molto più che proporre un’attività educativa.
Stiamo riconoscendo il suo diritto più profondo: quello di essere persona.
Forse è proprio da qui che dovremmo ripartire: dal coraggio di fare un passo indietro per permettere all’altro di fare un passo avanti. Perché l’autodeterminazione non è un traguardo riservato a pochi, ma un diritto che appartiene a ogni persona, indipendentemente dal suo funzionamento, dalle sue fragilità, dalle sue caratteristiche e dal supporto di cui ha bisogno.
E la libertà di scegliere, anche nelle cose più piccole, è il primo passo per costruire una vita che possa davvero essere chiamata propria.

