«Sei bellissima stasera.»
La luna non rispose.
Rimase sospesa sopra di me, luminosa come se il buio non la riguardasse.
«Sai che stavo pensando a una parola che con la tua bellezza non c’entra niente?»
«Quale?»
Non so se fu davvero la luna a parlare o se fu la mia coscienza a prestarle la voce.
«Disamore.»
La luna sembrò sorridere.
«E perché guardi me per parlare di disamore?»
«Perché stasera sei tutto ciò che il disamore non è. Sei presenza. Sei luce. Sei attrazione. Ti guardo e non riesco a distogliere lo sguardo.»
«Eppure anche il disamore nasce così.»
«No.»
«Sì.»
Rimasi in silenzio.
«Credi forse che il disamore sia il contrario dell’amore?» continuò.
«Non lo è?»
«No. Il contrario dell’amore è l’indifferenza. Il disamore è un’altra cosa.»
«Cos’è allora?»
«È amore che si allontana.»
Guardai il cielo.
«Non mi sembra una grande differenza.»
«Lo è. L’indifferenza non lascia tracce. Il disamore, invece, è pieno di memoria. Porta ancora addosso il profumo di ciò che è stato.»
«E perché arriva?»
«Perché le persone cambiano.»
«Allora è una sconfitta?»
«Tu chiami sconfitta ogni trasformazione?»
La domanda mi colpì.
La luna continuava a brillare.
«Sai qual è la cosa che mi spaventa?» le chiesi.
«Dimmi.»
«Accorgermi che qualcosa che era parte di me non riesce più a emozionarmi.»
«Forse perché continui a guardare il disamore dalla parte sbagliata.»
«Quale sarebbe quella giusta?»
«Quella che viene prima.»
«Prima?»
«Certo.»
«Non capisco.»
«Nessuno può disamorarsi di qualcosa che non ha amato.»
Restai in silenzio.
«Il disamore è una parola triste» continuò la luna «ma custodisce un segreto meraviglioso.»
«Quale?»
«Racconta che, prima di lui, c’è stato l’amore.»
Il vento mosse appena le foglie degli alberi.
«Quindi dovrei essere grato?»
«Non necessariamente.»
«E allora?»
«Dovresti essere onesto.»
«Con me stesso?»
«Soprattutto.»
«E se ciò che sento fosse davvero disamore?»
«Allora accettalo.»
«Così, semplicemente?»
«Così. Senza trasformarlo in colpa. Senza trasformarlo in tradimento.»
La guardai ancora.
Era bella da fare male.
«Sai una cosa?» le dissi.
«Cosa?»
«Credo che il disamore faccia paura perché ci ricorda che nulla resta uguale.»
«E l’amore, invece, cosa ti ricorda?»
Ci pensai a lungo.
La luna attese.
Come fanno le cose antiche.
Come fanno le cose sagge.
«Che vale comunque la pena vivere ciò che un giorno potrebbe finire.»
La luna non aggiunse altro.
E per la prima volta quella sera ebbi l’impressione che il suo silenzio fosse un modo per darmi ragione.

